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66 – Il giorno in cui Internet morì

Il giorno in cui Internet morì.

8 giugno 2021. Una mattina normale. Poi, all’improvviso, il mondo va giù: non un sito, non una piattaforma, mezzo Internet sparisce. Amazon bloccata, Reddit inaccessibile, il New York Times muto, la BBC giù, persino il governo britannico non riesce a comunicare online.

Tutto inizia da un aggiornamento sbagliato, un bug in un’azienda che quasi nessuno conosce: Fastly. Una Content Delivery Network, CDN, cioè quei sistemi invisibili che portano i contenuti più velocemente in tutto il mondo. Non li vediamo, non li nominiamo, ma senza di loro Internet non gira.

Eppure basta un errore di configurazione e in pochi secondi i siti più grandi del pianeta si spengono. Per un’ora intera il mondo digitale si ferma: per alcuni sembra un fastidio, non puoi leggere il giornale o comprare online, ma dietro c’è molto di più. In quelle stesse ore compagnie aeree non vendono biglietti, supermercati non aggiornano gli stock, sistemi governativi non comunicano: la vita reale si blocca.

La storia è chiara: non esiste un “Internet” unico, libero, pubblico. Esistono infrastrutture private, e pochissime aziende hanno in mano i nodi vitali. Fastly è solo una, poi ci sono Cloudflare e Akamai, tre nomi che tengono in piedi la rete. Eppure nessuno li ha mai votati, nessuno li controlla davvero: rispondono a consigli di amministrazione, non a governi.

Il blackout di Fastly fu risolto in un’ora, ma quell’ora è bastata a mostrare la verità. Internet è fragile, non è resiliente, non è democratica: è una ragnatela di nodi gestiti da corporation, e quando cade uno di loro cade tutto.

La retorica che ci hanno venduto, Internet come spazio libero, invulnerabile, orizzontale, era falsa. La rete è privatizzata, concentrata, e noi ci viviamo sopra come se fosse eterna, ma basta un bug a dimostrare il contrario.

Il problema non è l’incidente, perché gli incidenti capitano. Il problema è che abbiamo costruito la civiltà su un’infrastruttura che non controlliamo: sanità, scuola, finanza, politica, tutto dipende da server di proprietà privata. Non c’è alcuna garanzia di continuità, non c’è alcuna sovranità.

Pensiamoci: se un blackout di un’ora ha paralizzato giornali, governi e aziende, cosa succederebbe se durasse un giorno intero? O una settimana? Un attacco mirato potrebbe farlo, e non serve immaginare scenari fantascientifici: il 2016 ce lo ha già mostrato con l’attacco a Dyn. Centinaia di migliaia di frigoriferi e telecamere infettate hanno buttato giù Twitter, Netflix, CNN, PayPal. Non era un film, era la realtà.

La verità è che Internet non è nostro, non ci appartiene, è in mano a poche aziende che non hanno alcun obbligo verso di noi. La prossima volta, forse, non basterà un’ora per rimettere tutto in piedi.

Quando Internet muore, non muore una volta sola: moriamo noi con lei.

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.