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205 – Sponsor che pagano l’Intelligenza Artificiale

🇮🇹 Sponsor che pagano l’Intelligenza Artificiale per risponderci come vogliono loro.

Se le l’Intelligenze Artificiali prenderanno la strada dei social network inizieranno a risponderci sulla base di chi paga per dirci quel che vogliono loro.

E se non vorremo risposte a pagamento, dovremo pagare noi.

Qui negli Stati Uniti OpenAI ha annunciato che nelle prossime settimane inizierà a testare la pubblicità in ChatGPT. Questo per chi usa la versione gratuita e il piano “Go”. Plus, Pro ed Enterprise restano senza ads. Le inserzioni, per ora, dovrebbero comparire in una sezione separata in fondo alle risposte e con etichetta chiara.

Nei social è iniziata così, ma poi è finita che i truffatori pagano gli ad truffa e nessuno li blocca. Il 10% del fatturato spesso arriva proprio da annunci truffa.

OpenAI dice anche due cose che, sulla carta, servono a proteggere fiducia e privacy e inoltre niente ads per i minori di 18 anni, niente pubblicità accanto a temi come politica e salute, e nessuna vendita dei dati delle conversazioni agli inserzionisti.

Il punto che ci riguarda non è “ci sarà un banner”. Il punto è che quando un assistente diventa il posto dove chiediamo cosa comprare, quale banca scegliere, a quale medico affidarci, l’ordine delle risposte diventa potere. Oggi l’ad è “sotto” e separato. Domani può diventare una frase messa nel flusso, un consiglio “sponsorizzato” che sembra un parere. La differenza, per chi guarda, è enorme. La pubblicità visibile la riconosci. La pubblicità mescolata al testo si mimetizza.

Proviamo con domande semplici, quelle che fanno le famiglie. “Qual è la migliore assicurazione auto qui a New York per un neopatentato?” “Quale conto corrente conviene per chi riceve stipendio e fa un mutuo?” “Quale applicazione devo usare per investire piccole somme senza rischi strani?” “Quale corso di inglese scelgo per mio figlio, online o in presenza?” In tutte queste domande esiste una zona grigia: se qualcuno paga per stare più in alto, la “verità utile” cambia.

OpenAI promette che “le risposte non sono influenzate dalla pubblicità”. Bene, ma l’influenza non passa solo dalla frase finale. È lo stesso meccanismo che ha trasformato la ricerca sul web: non ha tolto tutte le informazioni, ha spinto le persone verso alcune informazioni e non verso altre.

Cosa fare quindi? Usiamo l’AI come strumento di lavoro, non come arbitro. Per le domande che toccano soldi, contratti, salute, facciamo sempre doppio controllo su fonti esterne e indipendenti. Ma soprattutto quando vediamo un consiglio “perfetto”, cerchiamo cosa manca: alternative, costi reali, limiti, recensioni negative, condizioni.

Altrimenti rischiamo di diventare dei burattini teleguidati da chi paga per creare le nostre opinioni.

E voi, cosa ne pensate?

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.