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210 – Self-made. La parola che fa sparire i vantaggi

Self-made. La parola che fa sparire i vantaggi.

Il sogno americano. Uno parte da solo, ha una buona idea, poi arrivano i miliardi. Quante volte abbiamo visto le porte dei garage di Apple, Google, Amazon, Disney, Mattel. O personaggi venuti su dal niente e poi diventati billionaire. Musk, Gates, Bezos, Buffett, tutti partiti da zero. Ma è davvero così?

Si può davvero diventare billionaire partendo dal niente? Forse sì, ma nel frattempo le storie che ci raccontano sono spesso molto diverse dalla realtà.

Qui a New York ho incontrato veramente tante persone che mi hanno raccontato storie incredibili. Billionaire che mi hanno detto da dove sono partiti. Alcuni veramente dal nulla, ma altri no.

Nel video vi racconto di Warren Buffett: cresce a Omaha in una famiglia dove la finanza è normale. Jeff Bezos: la famiglia mette sul tavolo 250.000 dollari circa come investimento iniziale. Bill Gates: cresce in un ambiente con accesso diretto ai posti dove si decide. Elon Musk: cresce in Sudafrica in una famiglia benestante. Bernard Arnault: parte dall’impresa del padre nel settore costruzioni e ingegneria civile.

Qui negli Stati Uniti questa differenza la vedo ogni giorno. Chi parte con capitale e relazioni può provare, sbagliare, riprovare. Chi parte senza rete paga tutto subito. Io sono arrivato qui da privilegiato e non posso lamentarmi, ma bisogna sfatare questo mito del self-made man. L’impegno personale purtroppo spesso non basta. Ci vogliono relazioni, cultura e fortuna.

Non si diventa milionari partendo da una famiglia povera, o almeno è molto raro quanto camminare per la strada e venire colpiti da un pianoforte che cade dal terzo piano. E poi pensateci: nei prossimi quindici anni passeranno ai figli dei miliardari circa 6 trilioni di dollari.

Insomma, nascere bene è la più evidente scorciatoia economica. Noi possiamo anche amare le storie di successo perché ci fanno sognare, però smettiamo di confondere merito e accesso. Perché l’accesso decide chi può permettersi di tentare dieci volte, e chi resta fermo alla prima perché non può permettersi di andare oltre.

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.