Occhio a mandare email scritte dall’Intelligenza Artificiale
In ufficio ormai succede ogni giorno. Una mail delicata. Una risposta tesa. Un preventivo. Si apre l’AI, si incolla il testo, si chiede “rendila più professionale”.
Negli Stati Uniti un lavoratore su quattro usa l’AI almeno una volta alla settimana. L’uso è diventato normale, invisibile, automatico. Il problema nasce quando la mail diventa un impegno: una cifra, una scadenza, una promessa. L’AI scrive bene, ma può anche sbagliare nei dettagli. Un numero cambiato, una condizione aggiunta, un tono più duro di quanto volevamo. E quella mail parte con il nostro nome sotto.
I tribunali hanno già visto cosa significa fidarsi troppo. Un giudice federale in Kansas ha sanzionato cinque avvocati per un atto con citazioni inventate generate con l’AI. A ottobre dell’anno scorso a New York un altro avvocato è stato sanzionato per casi giuridici inesistenti inseriti in un documento ufficiale. Lo schema è sempre lo stesso: un testo credibile e l’errore è nascosto.
In azienda non si finisce davanti a un giudice ogni volta, ma si possono perdere clienti, si possono aprire contenziosi, si può compromettere un rapporto interno.
Ci sono tre regole, basta seguirle. Trattiamo sempre il testo dell’AI come una bozza, controlliamo numeri, date, condizioni, promesse, una per una. Evitiamo di incollare dati sensibili dentro l’AI: prezzi, contratti, informazioni su clienti. Quel testo è un pacchetto di dati. Se la mail ha valore economico o legale, facciamola leggere a un’altra persona prima di inviarla.
L’AI accelera la scrittura, ma accelera anche la responsabilità. E la firma resta la nostra.











