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253 – Non buttate lo scontrino del bancomat. Lo usano per truffarvi

Non buttate lo scontrino del bancomat. Lo usano per truffarvi

È una truffa che fino a qualche anno fa era complicata da mettere in piedi, mentre oggi con l’Intelligenza Artificiale è diventata molto più semplice. Seguitemi fino alla fine perché vi spiego come succede e perché oggi funziona così bene.

Noi andiamo al bancomat, preleviamo e chiediamo lo scontrino perché ci dà una sensazione di sicurezza, lo guardiamo un secondo per controllare importo e operazione, poi lo pieghiamo, lo infiliamo in tasca, lo appoggiamo nel portafoglio, lo lasciamo nel cestino accanto allo sportello, lo perdiamo per strada.

E lì succede qualcosa che quasi nessuno considera: quello scontrino è un pezzo di profilo. Dentro ci sono dettagli utili a chi vuole costruire una storia credibile su di noi. Il nome della banca, la data e l’ora, l’importo, a volte anche il saldo, e quasi sempre qualche cifra finale mascherata della carta o del conto.

Oggi con l’AI riescono a mettere insieme dati che noi non immaginiamo, perché non lavorano più a intuito ma per incroci. Prendono un dato vero e lo usano come gancio, poi cercano il resto dove capita: un numero lasciato in un annuncio, un profilo social con nome e città, una vecchia rubrica sincronizzata, un database rubato finito online, una mail che circola da anni. A loro basta arrivare a un contatto, perché la truffa si fa a voce. E la voce, quando suona sicura e cita dettagli veri, abbassa le difese.

Prendono lo scontrino, sanno di che banca sei cliente, sanno l’ora in cui hai fatto l’operazione, sanno con quali cifre finisce la carta, incrociano tutto con sistemi di ricerca automatica che pescano nei database rubati, trovano il nostro numero di telefono e ci chiamano. “La chiamo dalla sua banca”, “vedo un’operazione a quest’ora”, “la sua carta finisce con queste cifre”.

Noi sentiamo informazioni corrette e iniziamo a collaborare. Confermiamo, aggiungiamo pezzi senza accorgercene, e dall’altra parte guidano la conversazione verso quello che serve davvero. Arrivano le richieste pratiche: leggere un codice arrivato via SMS, approvare una notifica nell’app per “bloccare” un’operazione, aggiornare un dato “per sicurezza”.

In quel momento li stiamo autorizzando noi. I sistemi eseguono ciò che viene autorizzato. L’autorizzazione la diamo noi, convinti di stare risolvendo un problema.

Lo scontrino del bancomat va trattato come un dato bancario. Se non serve, meglio non stamparlo. Se arriva una chiamata che dice di essere della banca, si chiude e si richiama il numero ufficiale preso dall’app o dal retro della carta.

Fate girare. Più gira, meno persone ci cascano.

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.