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159 – Le parole che non scriviamo più sui social

LE PAROLE CHE NON SCRIVIAMO PIÙ SUI SOCIAL

Sui social non sono solo le piattaforme a filtrare, siamo noi che cambiamo il linguaggio per paura dell’algoritmo. Seguitemi fino alla fine che vi racconto quali parole molti di noi evitano e poi voglio sapere quali secondo voi fanno davvero paura ai sistemi dei social.

Sempre più spesso vediamo “unalived” invece di dire che una persona è stata fatta fuori in modo violento, “seggs” per indicare rapporti intimi tra adulti consenzienti, “pew pew” al posto di oggetti che sparano proiettili. Sembra un gioco, in realtà è una forma di autocensura: cambiamo le parole per non rischiare che il video venga nascosto, penalizzato o smonetizzato. Oppure parole scritte coi numeri invece di alcune lettere o con gli asterischi. Questo anche se le scritte sono nelle immagini…

I creator lo vedono tutti i giorni. Il comico Alex Pearlman racconta che su TikTok evita persino di nominare piattaforme concorrenti, perché quando invita ad andare su un altro servizio le visualizzazioni crollano. Quando ha parlato di un famoso finanziere al centro di abusi e scandali legati a una nota isola privata, più suoi video sono spariti solo da lì, con penalizzazioni sull’account, mentre su altri social restavano. Risultato: ha iniziato a usare soprannomi, allusioni, linguaggio in codice.

Le aziende negano di avere liste segrete di parole vietate, ma sappiamo che in passato piattaforme come TikTok e Meta hanno modificato la visibilità di contenuti “sensibili” e che esistono strumenti interni per spingere a mano alcuni video. Qui negli Stati Uniti questo pesa ancora di più, perché per una fetta enorme della popolazione i social sono già una delle principali fonti di notizie. Se crediamo che certe parole non si possano usare, iniziamo a evitare interi argomenti: violenza politica, diritti, salute mentale, vita affettiva. Le famiglie vedono un dibattito pubblico addomesticato, dove le cose più delicate passano solo travestite da battute in codice.

Per noi il punto è semplice: le piattaforme ragionano in base alla pubblicità e al rischio di finire nel mirino dei regolatori, non in base alla qualità della conversazione pubblica. Se accettiamo senza pensarci di parlare sempre con “unalived”, “seggs” e “pew pew”, stiamo facendo il lavoro al posto loro.

Ora ditemi voi: quali parole ritenete oggi “negative” per gli algoritmi, quelle che evitate di usare perché temete che il vostro contenuto sparisca dal feed?

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.