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230 – Vent’anni di ritardo

Vent’anni di ritardo. E ora l’Europa è tra i più deboli nella partita tecnologica.

In Italia negli ultimi due anni abbiamo fatto passi avanti straordinari nel digitale. Intelligenza Artificiale, identità digitale, pagamenti, servizi pubblici, cloud, competenze. È un cambio di ritmo che si vede nella vita reale. Però se l’Europa resta lenta e frammentata, l’Italia può anche correre, ma la partita rischia di vincerla qualcun altro.

Vent’anni fa la differenza si vedeva già nei capitali. In Europa una startup tecnologica raccoglieva poche centinaia di migliaia di euro. Negli Stati Uniti partiva con milioni, a volte decine di milioni. Con quei numeri costruisci squadre globali, compri calcolo, investi in ricerca, fai errori e riparti. Con risorse limitate resti piccolo.

Io vivo negli Stati Uniti e la differenza di velocità è evidente. Quando una tecnologia viene considerata strategica, diventa priorità nazionale: si finanzia su larga scala, si semplificano i vincoli, si concentra il capitale. Energia, chip, data center, modelli di AI vengono trattati come infrastrutture critiche.

Noi parlavamo di sovranità digitale già vent’anni fa. Noi esperti dicevamo che senza controllo sulla base fisica del digitale, il software lo compri da chi quella base l’ha costruita. Oggi l’Europa dipende dall’esterno su molti nodi fondamentali della filiera.

Energia. L’AI significa potenza di calcolo, e il calcolo consuma elettricità. Se l’energia costa di più, ogni modello costa di più. In Europa i costi sono spesso più alti e i tempi più lunghi. Semiconduttori e materiali critici. Senza chip avanzati non addestri modelli competitivi. Senza minerali e componenti importanti non costruisci filiere solide. Data center e cloud. Una parte dei dati europei gira su infrastrutture americane. È efficiente nel breve periodo, ma crea dipendenza strutturale.

L’Europa deve smettere di fare politica a colpi di documenti e iniziare a fare infrastrutture. Deve decidere se vuole essere un continente che compra tecnologia e affitta potenza, oppure un continente che le costruisce. La partita si vince con esecuzione, non con le intenzioni.

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.