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211 – Caso Khaby Lame. Ci pagano per clonarci

Caso Khaby Lame. Ci pagano per clonarci. La nostra identità diventa valore, o truffa…

Come probabilmente avete letto online e sui giornali, Khaby Lame ha venduto l’autorizzazione all’uso della sua faccia e di modelli comportamentali per sviluppare un gemello digitale basato su Intelligenza Artificiale. È solo una nota di contesto, per non confondere l’annuncio con quello di cui vi voglio parlare.

Faccia, voce, gesti, tempi, microespressioni: un pacchetto, un diritto d’uso, un bene contrattuale. L’identità entra nelle negoziazioni societarie come asset trasferibile, al pari di un marchio o di una piattaforma. È questa la svolta culturale: la presenza fisica perde centralità e la disponibilità dell’identità prende valore.

Una persona cambia. Un gemello digitale viene addestrato per restare coerente, ripetibile, utile a uno scopo: pubblicità, live commerce, assistenza, formazione interna, comunicazione di servizio. Due traiettorie parallele, con una frizione inevitabile: l’umano evolve, l’avatar tende a stabilizzarsi. La conseguenza è sottile e potente. L’identità diventa qualcosa che “lavora” anche quando la persona non lavora.

Il pubblico guarda una faccia e attribuisce responsabilità a quella faccia. Non legge clausole e non ragiona in termini di licenza. Se il contenuto crea danno, confusione, truffa, o anche solo ambiguità, la reputazione resta attaccata alla persona. La firma percepita è il volto.

Un effetto economico e di sicurezza arriva subito dopo. I cloni autorizzati alzano la plausibilità dei cloni abusivi. Si diffonde un’aspettativa semplice: quel volto può parlare anche senza esserci. È terreno perfetto per frodi con video, audio, richieste di denaro, link, investimenti, urgenze. La barriera psicologica si abbassa.

Questa storia riguarda chiunque abbia credibilità: un professionista, un medico, un avvocato, un divulgatore, un docente, un CEO. La scelta diventa pratica: concedere l’uso dell’immagine solo dentro un perimetro strettissimo, verificabile, scritto bene, oppure accettare un mondo dove altri useranno quella faccia senza chiedere, contando sulla confusione.

Io posso vendere i diritti della mia immagine, per esempio, solo per contenuti che servano a spiegare la sicurezza informatica, dentro un perimetro stretto, scritto bene, verificabile. Altrimenti posso perdere controllo quando qualcun altro la usa senza chiedere. Vedete, ci sono casi in cui l’AI sostituisce davvero qualcuno, ma almeno in questi casi lo pagano profumatamente per essere sostituito.

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.