Chi usa un assistente di Intelligenza Artificiale dentro un’app sta in una stanza d’albergo, convinto di essere a casa propria. E una stanza d’albergo non si arreda. Dentro c’è quello che ha deciso l’albergo. E il giorno che la danno a un altro, bisogna fare le valigie. E per capire dove siamo basta chiedersi dove vive davvero la nostra AI. Il nostro orchestratore, soprattutto.
Perché il telefono e il computer sono solo il terminale, cioè lo schermo da cui parliamo. Il corpo, la parte che resta accesa e lavora, sta sui server dell’azienda che ce la vende. E lì dentro le mani non possiamo metterle. Così l’AI arriva solo dove l’azienda ha deciso di farla arrivare. Se vogliamo collegarla a un nostro programma, a un apparecchio di casa, fuori dalla loro lista, si resta fermi. Funziona come un videogioco chiuso, ci si muove benissimo, ma solo dentro la mappa che hanno disegnato loro.
E poi la stanza può sparire. Se l’azienda alza il prezzo o chiude il servizio, insieme all’abbonamento perdiamo quello che lei aveva imparato di noi. Le preferenze e mesi di correzioni restano sui loro server. E si ricomincia da capo con un assistente che non ci conosce. Una casa invece è un corpo nostro. In concreto è un computer sempre acceso, in casa, in ufficio, con tanta memoria video. Cioè la memoria della scheda grafica che serve a far ragionare velocemente un’AI. E lì sopra gira un programma come per esempio OpenCode. O addirittura un cervello che pensa dentro il nostro computer, senza mandare niente fuori.
Certo, accanto possono girare anche Claude Code o Codex. Anche quando abbiamo una casa, non è che non andiamo in albergo: ci andiamo, ma la casa nostra è un’altra. Sono programmi installati sul computer che quando serve chiamano magari un cervello più potente online. Ma quando chiamarlo lo dobbiamo decidere noi. Oppure lo decide il software che coordina tutto e sceglie di volta in volta se basta il cervello di casa oppure no. La mia AI locale funziona così. Si chiamano orchestratori, no? L’orchestratore è lui la vera casa. Il cervello si può anche prendere in affitto. Però a cosa si collega l’AI e cosa ricorda lo decide l’orchestratore, cioè lo dobbiamo decidere noi.
I servizi pronti, al confronto, assomigliano a dei giochi. E io li trovo pericolosi nel momento in cui colleghiamo cose delicate come la posta o i nostri file. Il guaio è che senza quei collegamenti fanno ben poco. Un assistente che non legge la posta e non vede WhatsApp sa solo chiacchierare. Così, per renderlo utile, finiamo per consegnare la nostra vita digitale a un’azienda che gestisce tutto sui suoi server, compresa la nostra posta. Una volta lasciar gestire tutto a un’azienda era una grande comodità, perché l’alternativa era imparare a programmare. Oggi all’AI di casa diciamo cosa ci serve e il programma lo scrive lei. Per questo affidarsi agli altri conviene sempre meno. E conviene sempre di più avere strumenti fatti su misura dentro un corpo nostro. Io lavoro così da mesi. Quando mi serve una cosa nuova la collego in giornata.
Quindi quando provate un assistente di AI chiedetevi subito dove sia il suo corpo e cosa vi portate via se domani chiude. Prima di collegargli la posta pensateci due volte e intanto tenete in un file vostro le regole e le informazioni che l’AI deve sapere su di voi. Così il trasloco lo decidete voi, al più presto.
Voi cosa ne pensate?
#DecisioniArtificiali #MCC #Orchestratori #Privacy #Autonomia












