Una donna ha evitato una cura pesante che per lei non serviva grazie a un test genetico fatto sulla sua malattia. E quella decisione è nata da un dato, e il dato valeva perché dietro c’erano le storie di migliaia di persone seguite per anni.
Vedete, i dati sanitari condivisi, anche i nostri, rendono possibile una scelta fatta su misura per una persona sola. Io, come sapete, insegno Cyber Humanities e Intelligenza Artificiale a Medicina, al corso di Medicina e Chirurgia dell’Università San Raffaele, ma ovviamente non in ambito clinico, per cui le scelte mediche spettano ai medici.
Ma il DNA del tumore, letto da un test che si chiama Oncotype DX, diventa un dato, un dato come un altro. E il test misura quanto sono attivi 21 geni e li riassume in un numero da 0 a 100. E quel numero un computer lo può leggere e lo può confrontare. Da solo, però, quel numero dice poco, perché prende valore dal confronto con quello che è successo ad altre persone.
Uno studio, TAILORx, ha seguito per anni circa 10.000 persone e i loro dati hanno dato un significato a ogni punteggio. E il punteggio di quella donna è stato confrontato con gli esiti di quelle migliaia di sconosciuti, raccolti e messi in comune dalla ricerca. E infatti l’AI lavora con lo stesso meccanismo, solo su scala molto più grande. I modelli imparano dagli esiti seguiti negli anni, chi guarisce e chi no. Più storie vedono, più legami trovano tra i geni e quello che succede dopo.
Perché imparino, però, i dati devono passare fra ospedali e Paesi diversi, con regole chiare sulla privacy, ovviamente. L’Europa ci sta lavorando con lo Spazio europeo dei dati sanitari, che è una rete tra i Paesi dell’Unione. Questa rete mette in comune i dati dei pazienti con regole uguali per tutti su chi li può usare e come. E con quelle regole anche i nostri dati sanitari e genetici potranno finire in studi come TAILORx, così quei dati potranno servire a una donna come quella di questa storia.
Voi cosa ne pensate?
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