LE STARTUP ITALIANE HANNO SMESSO DI ASPETTARE UN COMPRATORE
Lexroom, giovane azienda italiana di software per avvocati, in pochi giorni ha comprato tre società in Italia, Francia e Bulgaria. Oggi alcune startup italiane comprano aziende in Europa, cosa che per anni sembrava riservata ai gruppi stranieri. Le aziende tech italiane sono cresciute e quando servono centinaia di milioni spostano la società madre e la quotazione all’estero. Lexroom quegli acquisti li ha fatti dopo aver raccolto 50 milioni di dollari dai fondi di investimento. È un po’ il modello di Bending Spoons, l’azienda italiana di app, quotata il 1° luglio al Nasdaq, la borsa americana tech. Al primo giorno valeva circa 25 miliardi di dollari e Bending Spoons ci è arrivata comprando a raffica decine di aziende, da Vimeo a Eventbrite fino a America Online e Miro.
E adesso a comprare aziende ci provano anche startup molto più piccole, perché le raccolte sono diventate più grosse. Nel primo semestre del 2026 nelle startup italiane sono entrati 813 milioni di euro in 145 operazioni. Togliendo le operazioni giganti, il secondo trimestre è stato il secondo migliore di sempre con la cifra media in salita. E una parte di questa crescita arriva dal deep tech, la tecnologia che richiede anni di ricerca prima di vendere qualcosa. Exein, nata a Roma nel 2018, protegge dagli attacchi informatici circa 2 miliardi di dispositivi, dalle auto ai robot. A settembre ha raccolto 270 milioni di dollari, con una valutazione di 1 miliardo e 700 milioni. Con Satispay e Scalapay, gli unicorni italiani, le startup che valgono oltre un miliardo, diventano tre ed Exein è il primo del deep tech.
Quando servono cifre ancora più alte, anche gli unicorni però si spostano all’estero. Newcleo, la startup del nucleare, fondata dall’imprenditore italiano Stefano Buono, prima dei nuovi capitali, valeva circa 2 miliardi e 400 milioni. Anche questo è un unicorno. E dal 22 settembre è quotato al Nasdaq, dove ha incassato circa 247 milioni di dollari. Sviluppa una parte importante della tecnologia a Torino, con una capogruppo, cioè la società madre, britannica. Le sedi operative sono a Parigi e New York. I ricercatori e il fondatore però vengono dall’Italia, e sulla carta l’azienda risulta britannica.
Quindi, vedete, la prossima volta che leggete “unicorno italiano”, controllate subito dove sta la capogruppo. E guardate dove vanno i soldi del round, la raccolta di capitali appena chiusa, perché lì si vede quanto di quel successo resta davvero in Italia. Tuttavia, le cose stanno cambiando molto, e vedere tutto questo ambiente in Italia rimane comunque una cosa incredibile. E anche se alcune adesso in realtà stanno spostando i veri capitali all’estero, qui incomincia a crearsi un ambiente che prima non esisteva.
Voi cosa ne pensate?
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