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461 – LE STARTUP ITALIANE HANNO SMESSO DI ASPETTARE UN COMPRATORE

LE STARTUP ITALIANE HANNO SMESSO DI ASPETTARE UN COMPRATORE

Lexroom, giovane azienda italiana di software per avvocati, in pochi giorni ha comprato tre società in Italia, Francia e Bulgaria. Oggi alcune startup italiane comprano aziende in Europa, cosa che per anni sembrava riservata ai gruppi stranieri. Le aziende tech italiane sono cresciute e quando servono centinaia di milioni spostano la società madre e la quotazione all’estero. Lexroom quegli acquisti li ha fatti dopo aver raccolto 50 milioni di dollari dai fondi di investimento. È un po’ il modello di Bending Spoons, l’azienda italiana di app, quotata il 1° luglio al Nasdaq, la borsa americana tech. Al primo giorno valeva circa 25 miliardi di dollari e Bending Spoons ci è arrivata comprando a raffica decine di aziende, da Vimeo a Eventbrite fino a America Online e Miro.

E adesso a comprare aziende ci provano anche startup molto più piccole, perché le raccolte sono diventate più grosse. Nel primo semestre del 2026 nelle startup italiane sono entrati 813 milioni di euro in 145 operazioni. Togliendo le operazioni giganti, il secondo trimestre è stato il secondo migliore di sempre con la cifra media in salita. E una parte di questa crescita arriva dal deep tech, la tecnologia che richiede anni di ricerca prima di vendere qualcosa. Exein, nata a Roma nel 2018, protegge dagli attacchi informatici circa 2 miliardi di dispositivi, dalle auto ai robot. A settembre ha raccolto 270 milioni di dollari, con una valutazione di 1 miliardo e 700 milioni. Con Satispay e Scalapay, gli unicorni italiani, le startup che valgono oltre un miliardo, diventano tre ed Exein è il primo del deep tech.

Quando servono cifre ancora più alte, anche gli unicorni però si spostano all’estero. Newcleo, la startup del nucleare, fondata dall’imprenditore italiano Stefano Buono, prima dei nuovi capitali, valeva circa 2 miliardi e 400 milioni. Anche questo è un unicorno. E dal 22 settembre è quotato al Nasdaq, dove ha incassato circa 247 milioni di dollari. Sviluppa una parte importante della tecnologia a Torino, con una capogruppo, cioè la società madre, britannica. Le sedi operative sono a Parigi e New York. I ricercatori e il fondatore però vengono dall’Italia, e sulla carta l’azienda risulta britannica.

Quindi, vedete, la prossima volta che leggete “unicorno italiano”, controllate subito dove sta la capogruppo. E guardate dove vanno i soldi del round, la raccolta di capitali appena chiusa, perché lì si vede quanto di quel successo resta davvero in Italia. Tuttavia, le cose stanno cambiando molto, e vedere tutto questo ambiente in Italia rimane comunque una cosa incredibile. E anche se alcune adesso in realtà stanno spostando i veri capitali all’estero, qui incomincia a crearsi un ambiente che prima non esisteva.

Voi cosa ne pensate?

#DecisioniArtificiali #MCC #Startup #Investimenti #Unicorni

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.