Sono partiti in montagna con meno acqua e meno cibo di quanto serviva perché gliel’aveva detto Google Gemini. Hanno chiesto a un modello linguistico di pianificare una spedizione: quanto portare, quanto pesa lo zaino, quanto dura la salita. E lui ha risposto con quel tono lì, solito sicuro e ordinato, il tono di uno che sa. Ma non sapeva niente di quella montagna.
Un modello non guarda il sentiero, non sente il caldo e non sa che a metà percorso c’è una sorgente segnata sulla mappa, ma d’estate è asciutta. Mette insieme numeri visti da qualche parte e ne tira fuori una media che suona bene, che su una ricetta va benissimo, in quota no. E quella media diventa una borraccia che finisce però troppo presto.
In quel caso nessuno ha ricontrollato. E vedete, la parte che mi colpisce di più è che non hanno sbagliato in realtà a usare l’Intelligenza Artificiale. Capita a tutti, no, di chiederle una mano per organizzare qualcosa. Hanno sbagliato a non aprire una seconda fonte prima di caricarsi lo zaino in spalla e mettersi in cammino. E poi sono dovuti andare a prenderli.
Ci fidiamo di queste macchine perché non esitano mai. Un amico esperto ti direbbe una cosa del genere, magari no: “Guarda, dipende, quest’anno c’è stata siccità”. Il modello no, dà il numero. E noi leggiamo la sicurezza come competenza, invece è solo il modo in cui è fatta la frase. E poi l’AI mica ha istinto di sopravvivenza, almeno non il nostro, non il suo. Non le importa se torniamo indietro, non sa cosa vuol dire non tornare.
Quindi usiamola pure per la lista della spesa e il programma della giornata. Ma a volte la risposta decide se beviamo o no a 2000 metri. E quella risposta si controlla con qualcuno che quel sentiero lo ha fatto davvero.
Voi cosa ne pensate?
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