Internet batte le leggi degli Stati? Forse sì. E spesso vincono le aziende.
Ogni volta che uno Stato prova a imporre una regola su internet, emerge un fatto semplice: il potere tecnico non è più solo pubblico. È nelle mani delle grandi aziende che gestiscono piattaforme, app store e cloud. L’infrastruttura quotidiana è privata.
Le leggi degli Stati funzionano per confini; Internet funziona per nodi. Basta un nodo fuori confine e una rete “chiusa” torna a collegarsi. Per questo vietare una VPN assomiglia al proibizionismo: puoi punire se scopri, ma non puoi impedire che esista. La rete si riorganizza.
In questo spazio entrano in gioco le corporation. La vita reale della rete passa dalle piattaforme. Un account acceso o spento. Un contenuto visibile o cancellato. Senza tribunale. Senza processo. Un clic interno.
La Francia sta provando a limitare l’accesso ai social agli under 15. Il passo successivo è restringere l’uso delle VPN per evitare aggiramenti. È il tentativo di far valere una regola nazionale su un’architettura globale. La frizione è inevitabile: vietare non equivale a impedire.
Il ribaltamento che spiazza è l’opposto: quando è una piattaforma a spegnere un Paese. È già successo. In Canada, Meta ha rimosso le news da Facebook e Instagram dopo una legge sui compensi. In Spagna, Google ha chiuso Google News per anni. Lo Stato fa la legge, l’azienda toglie il servizio. Il cittadino vede sparire una funzione.
Chi vince? Lo Stato se riesce a far rispettare sanzioni su scala. L’azienda se può rendere irrilevante la legge uscendo dal mercato. Oggi, su molti servizi essenziali, la leva più forte è privata.
Per cui, che cosa dobbiamo fare? Tre gesti semplici. Tenere backup fuori dalla piattaforma. Avere sempre un canale alternativo pronto. Trattare account, chat e AI come affitti, non come proprietà. Quando vediamo un blocco, dietro c’è questo mondo.
Voi cosa ne pensate?
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