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Ha modificato il DNA di due bambine. È finito in carcere. Ora vuole continuare a fare ricerca.

Ha modificato il DNA di due bambine. È finito in carcere. Ora vuole continuare a fare ricerca.

He Jiankui è il genetista cinese che ha annunciato al mondo la nascita dei primi esseri umani con DNA modificato. Non per curare una malattia esistente, ma per renderli resistenti all’HIV. Una decisione che ha scavalcato leggi, ignorato ogni principio etico e oltrepassato una linea che molti ritenevano invalicabile.

La risposta è stata una condanna a tre anni di prigione.

Oggi è tornato. Con un nuovo laboratorio a Pechino e un progetto dichiarato: continuare le sue ricerche sulla terapia genica e sulle malattie genetiche rare. Ma la vera questione non è cosa dice di voler fare. È cosa potrebbe accadere se nessuno ponesse dei limiti.

Perché viviamo in un tempo in cui la tecnologia ha superato la nostra capacità di gestirla. In cui riscrivere il codice della vita non è più un’ipotesi, ma una possibilità concreta. E quando si può intervenire su un embrione prima ancora che nasca, allora la questione smette di essere solo scientifica. Diventa politica, sociale, culturale.

Diventa umana.

Il ritorno di Jiankui nel mondo accademico, senza troppe polemiche, ci mostra quanto il contesto conti. In certe parti del mondo, certe scelte vengono tollerate se promettono risultati. Anche se comportano rischi enormi. Anche se aprono la porta a derive imprevedibili.

Il pericolo non è solo quello di nuovi esperimenti fuori controllo. È che tutto venga normalizzato. Che modificare il DNA diventi una pratica qualsiasi, venduta come progresso.

E a quel punto chi decide il limite?

Quando si parla di alterare la genetica umana, la distanza tra guarire e migliorare è pericolosamente sottile. E una volta che qualcuno ha mostrato che si può fare, qualcun altro lo farà ancora. Magari con altri obiettivi. Magari con meno scrupoli.

Serve una nuova responsabilità condivisa. Una riflessione globale, prima che la corsa alla genetica trasformi le eccezioni in regole.

He Jiankui dice di non voler più modificare embrioni. Ma ha già dimostrato che si può fare. Ora tocca a noi decidere se vogliamo diventare gli spettatori o i custodi di questo nuovo futuro.

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.