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328 – Gli errori più comuni delle aziende quando introducono l’AI nei processi

Gli errori più comuni delle aziende quando introducono l’AI nei processi

L’AI in azienda quasi sempre purtroppo alla fine non porta valore. Si compra, si installa, e spesso si abbandona. Ed è un vero peccato perché presto quell’azienda ne pagherà caro l’errore.

Sette imprese europee su dieci non la usano perché dicono che non sanno come si usa. In Italia siamo a quasi sei su dieci. Hanno valutato ma poi si sono fermate perché mancano le competenze.

Poi ci sono gli annunci di lavoro che chiedono di saper usare l’AI che sono sestuplicati in un anno. In Italia le assunzioni legate all’AI crescono più del totale delle assunzioni ed entro il 2030, 59 lavoratori su 100 dovranno reimparare il mestiere e il 63% dei datori di lavoro dice già oggi che il divario di competenze è il problema numero uno.

Quando un’azienda compra l’AI, pensa di aver risolto. Licenze, consulenti, proof of concept. Poi il progetto muore. Il 10% del valore dell’AI viene dagli algoritmi. Il 20% dai dati. Il 70% viene dalle persone, dai processi, dalla cultura.

E quel 70% viene tagliato per primo nei budget.

Negli Stati Uniti la formazione sull’AI è cercata, comprata, integrata. In Europa la domanda di percorsi formativi su questo tema è ancora più bassa. Compriamo lo strumento, ma poi l’azienda resta uguale. E quando va bene, un dipendente fan di qualche fuffaguru compra il corso sbagliato e fa ancora più danni di prima.

Io faccio eventi di consapevolezza per le aziende da anni, e lo vedo. Dopo l’evento l’attenzione sale per qualche settimana. Poi torna tutto come prima. La formazione una tantum non funziona. Serve continuità. E quelle che poi risolvono sono quelle per cui faccio video ogni mese, continuativi. Un evento serve, ma non basta.

Poi c’è quello che le aziende non vedono. La shadow AI. I dipendenti che usano ChatGPT, Claude, Gemini di nascosto, senza policy, senza supervisione, con dentro i dati dell’azienda. Un amico CIO di una grande società qui a New York mi ha confessato di averlo scoperto guardando il traffico di rete. Non sapeva che metà del suo team caricava documenti riservati su un’AI gratuita.

Per cui un conto è “comprare l’AI” e un conto è ripensare all’organizzazione come AI-driven che è un’altra cosa. Rifacciamo i processi, le responsabilità, le metriche, le abitudini. Lento, scomodo, costoso. Lo so, ma chi non lo fa resta indietro e rischia di chiudere presto…

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.