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269 – Algoritmo è la parola sbagliata per parlare di AI

#Algoritmo è la parola sbagliata per parlare di AI

Algoritmo, virtuale e automazione. Tre parole che usiamo in modo sbagliato e vi spiego perché. Farò tre video, uno per ogni parola. Oggi vi spiego perché sbagliamo a usare algoritmo.

Lo sentiamo dire ovunque. “L’algoritmo di Instagram.” “L’algoritmo di TikTok.” “C’è un algoritmo che decide.” E ci siamo abituati. A volte è corretto, a volte è sbagliato. Sappiamo cosa vuol dire: una sequenza di istruzioni, con delle condizioni. Se succede A, fai B. Stesso input, stesso output. Sempre.

Sui social network l’abbiamo capito. C’è un algoritmo che decide quale contenuto appare prima di un altro. Ma lo fa dentro a dei parametri. Più like, più su. Più interazioni coi video, più video ti mostra. Regole scritte, verificabili, prevedibili.

Ora quando si parla di Intelligenza Artificiale, molti usano la stessa parola. Ma è la parola sbagliata. Tecnicamente ci può stare. Nessun professore vi correggerebbe. Il problema è quello che succede nella testa di chi ascolta. Sente “algoritmo” e pensa: procedura, calcolo, controllo. Una cosa prevedibile.

L’AI non funziona così. Lavora su addestramento, pesi, probabilità. Fai la stessa domanda due volte e la risposta cambia. Cambi una parola e cambia tutto. Non c’è una formula. C’è un sistema che stima, interpreta e decide da solo.

Ed è qui che la parola sbagliata fa danni. Se pensi “algoritmo”, pensi che il sistema sia sotto controllo. Ti fidi. Gli fai filtrare curriculum, valutare pazienti, rispondere ai clienti. Ma non ti rendi conto di quanta autonomia gli stai dando. L’AI non esegue come una calcolatrice. Sceglie. Ogni volta in modo diverso. E nessuno sa spiegare esattamente perché.

Un algoritmo classico lo apri, lo leggi, lo controlli riga per riga. Un sistema di AI ha miliardi di parametri e la sua decisione è il risultato di probabilità incrociate che nessun ingegnere può ricostruire a mano. Con un algoritmo dai un compito a una macchina. Con l’AI dai autonomia a una macchina. Sono due cose completamente diverse.

Quando diciamo “algoritmo” per parlare di AI, stiamo tranquillizzando le persone. Stiamo dicendo: è sotto controllo, è prevedibile. E non lo è. Voi cosa ne pensate?

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.