Il cloud non esiste
Il cloud non esiste. Esiste un capannone con dei server dentro, su un pezzo di terra preciso, in un posto preciso del mondo. Il primo marzo qualcuno se n’è ricordato.
L’Iran ha colpito tre data center di Amazon. Due negli Emirati Arabi Uniti, uno in Bahrain. Danni strutturali, interruzione di corrente, incendi. Banche ferme, pagamenti fermi, app di delivery ferme. Milioni di persone senza accesso a niente. È il primo attacco militare documentato contro un provider cloud di questa scala, in assoluto, mai successo prima.
I dati, di solito, sono copiati su più sedi. Il sistema di Amazon è progettato per reggere la perdita di una zona. Non di due. Due zone colpite insieme, e il sistema crolla. È esattamente quello che è successo.
Fermatevi un secondo. Pensate a quante cose avete solo online: strumenti, file, flussi di lavoro che esistono solo lì. Fornitori, banche, software aziendali. Tutto su cloud.
C’è un altro aspetto che quasi nessuno considera. Non riguarda le bombe, riguarda i governi. Il provider vi garantisce riservatezza, vi dice che i vostri dati non li vede nessuno. Ma il provider ha una sede, è registrato in un paese. E quello stato, in molti casi, ha autorità legale sui suoi dati. Può bussare alla porta e dire: dammi quei dati. L’azienda può avere firmato qualsiasi cosa con voi, ma lo stato viene prima. E spesso lo stato non è obbligato a dirtelo.
Ci sono paesi con cui non avremmo nessuna voglia di condividere i nostri dati. Paesi meno amici. Eppure i nostri dati stanno lì, in un capannone, in quel paese.
Chiedetevi dove si trovano fisicamente i vostri dati. Non nelle nuvole. In un edificio, in un paese, con le leggi di quel paese sopra. Voi cosa ne pensate?











