La pubblicità è impazzita: stessa audience online vale poco, in TV vale oro.
Questo è un tema che riguarda chiunque guadagni dalla pubblicazione di contenuti online: per la stessa audience, l’online vale poco e in TV vale oro.
Vedete, io faccio circa 20 milioni di visualizzazioni al mese, sommate tra piattaforme. Un programma TV di successo, nello stesso mese, spesso totalizza meno contatti utili di quanto si pensi, e molto spesso meno dei miei, così come meno di tanti altri come me.
La differenza non sta nelle misure, ma nel prezzo: in TV, per quei contatti, gli inserzionisti arrivano a investire milioni. Online, anche con reputazione alta e pubblico verticale, la cifra scende di uno zero, a volte di due.
Viva la TV. Nessun attacco alla TV, ovviamente. La TV mi paga bene, sono l’ultimo che può lamentarsi. Questa osservazione riguarda la mira del mercato pubblicitario online. È un tema scomodo, però con l’onestà intellettuale che conoscete non potevo non dirlo.
Questa dinamica riguarda tanti profili verticali riconosciuti: tecnologi che provano telefoni, ingegneri che smontano auto, esperti di cucina, persone che insegnano competenze reali. Community che raggiungono milioni di viewer su un tema preciso. Ecco, un passaggio pubblicitario sui loro canali viene spesso comprato con logiche e prezzi da inventario generico. Un influencer che balla in costume, senza nulla a togliere, non vale lo stesso di un esperto quando devi vendere un telefono.
Qui nasce un errore di mira. Il mercato digitale tratta anche contesti premium come commodity. L’esempio dei telefoni rende tutto immediato. Un’azienda può comprare un milione di contatti dentro un pubblico generalista in TV. Però può anche comprare un milione di contatti attraverso un esperto di smartphone, seguito da persone che confrontano modelli e chiedono consigli. In quel contesto la fiducia è parte del prodotto pubblicitario. Il pubblico è più vicino alla decisione. La probabilità di conversione sale. Il prezzo però, per le stesse visualizzazioni in televisione, viene pagato in milioni.
Eppure le ricerche lo confermano: CreatorIQ, nel report 2025–2026, riporta che tra gli industry leaders intervistati il 71% dichiara che il creator marketing ha generato oltre 3 volte il ROI. Il risultato è un paradosso economico: spesa alta su contesti generalisti dove l’attenzione è più dispersa, spesa bassa su contesti verticali dove l’attenzione è intenzionale.
Io credo che la vera spiegazione sia culturale. Negli anni Novanta si diceva: “nessuno è mai stato licenziato per aver scelto IBM”. Oggi, parafrasando, vale ancora una logica simile: nessuno è mai stato licenziato per aver investito in uno spot televisivo. Anche quando i numeri, il contesto e la probabilità di risultato direbbero che la scelta più razionale, e più efficiente, potrebbe essere un’altra.
Se siete creator e vi va, condividete questo video.
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