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Uffizi bucati. Se chi lavora lì clicca su link a caso…

Uffizi bucati. Se chi lavora lì clicca su link a caso, non c’è cybersicurezza che tenga!

Primo febbraio. Qualcuno agli Uffizi naviga su siti che con l’arte hanno poco a che fare. Le voci che circolano nei corridoi parlano di più di una “frivolezza” su siti poco seri. Un trojan entra nel sistema. Gli hacker si infilano nella rete di videosorveglianza. La Procura di Firenze apre un fascicolo per tentata estorsione e accesso abusivo.

Il museo smentisce molto: nessun furto, nessuna password rubata, sistemi a circuito chiuso. Va bene. Ma il fatto è che sono entrati lo stesso.

E parte il rito. Si cerca il colpevole istituzionale. Il governo. L’ACN. Il responsabile IT. Qualcuno da mettere alla gogna. Il problema quasi sempre sta altrove.

Un dipendente. Un computer aziendale. Un sito sbagliato. Un clic. Fine. Il 95% delle violazioni informatiche nel mondo ha un elemento umano. Altro che bug sofisticato. Una persona che ha cliccato dove non doveva, magari annoiata, magari convinta che tanto non succede niente. L’8% dei dipendenti è responsabile dell’80% degli incidenti.

Puoi avere il miglior firewall del mondo, team dedicati, procedure certificate. Se un dipendente visita il sito sbagliato su una macchina connessa alla rete interna, hai perso. James Bond stesso non ti salva.

Prendersela con l’ACN o con il ministro è comodo. Sposta il problema, non lo risolve. La cybersicurezza istituzionale serve. Solo che non può fare niente contro qualcuno che usa il computer di lavoro per navigare dove non dovrebbe.

Serve formazione continua. Non il corso annuale da due ore con il certificato alla fine. Quella roba serve a far sentire l’azienda a posto con la coscienza. Serve ripetizione, esempi concreti ogni mese, abitudine. Se nel frattempo non si lavora sulle persone, la prossima intrusione troverà la stessa porta aperta. Magari su un altro sito poco serio.

Voi cosa ne pensate?

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.