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Stanno saltando posti di lavoro nel tech. Non in fabbrica, ma negli uffici.

Stanno saltando posti di lavoro nel tech.
Non in fabbrica, ma negli uffici.
E non solo tra i junior, ma pure tra chi scrive codice e progetta l’AI.

Col paradosso di dover sviluppare tecnologie che, di fatto, potrebbero rimpiazzarli.

A Google DeepMind, a Londra, un gruppo di ricercatori e sviluppatori ha deciso di organizzarsi. Non per questioni salariali, ma per etica.
Protestano contro la vendita di tecnologia militare al ministero della Difesa israeliano.
Proprio mentre Google ha aggiornato i suoi principi interni, togliendo il divieto di creare strumenti che possono fare del male.

Così si riscrive la responsabilità, a colpi di aggiornamenti di policy.

Ma qui il problema è doppio.
Da una parte le promesse dell’AI che si stanno sgonfiando.
Dall’altra, il modo in cui le aziende usano questa narrativa per ridurre il personale.

In realtá gli LLM non stanno rivoluzionando il lavoro. La produttività migliora poco. E spesso, quel poco di tempo risparmiato viene subito riempito da nuovi incarichi creati proprio per gestire l’AI.

Come gli insegnanti che devono capire se un compito è stato scritto da ChatGPT.
O gli impiegati che devono correggere i testi generati dalle macchine.

E nonostante tutto, si taglia.
Duolingo ha deciso di diventare “AI-first”. E ha iniziato sostituendo decine di persone: traduttori, autori, creativi che avevano contribuito a creare lo stile dell’app.

Molti sono stati lasciati a casa mesi fa, senza clamore. Perché a dirlo ci si vergogna.
Un ex collaboratore ha raccontato che l’AI interna non era nemmeno capace di scrivere una lezione da sola.
Eppure sono stati licenziati lo stesso.

Non è un caso isolato.
I doppiatori americani sono in sciopero da mesi.
Illustratori e designer perdono incarichi.
Polygon, sito storico del gaming, ha mandato via gran parte dello staff dopo essere stato venduto a una content farm che usa articoli scritti dalle macchine.

Negli Stati Uniti, molti neolaureati faticano a trovare lavoro.
E tra le cause c’è anche questa: l’AI non funziona meglio degli umani, ma costa meno.

Il problema non è la tecnologia.
Sono le persone che decidono come usarla.
E le scelte dei dirigenti hanno sempre meno a che fare con l’innovazione, e sempre di più con la possibilità di ridurre costi, tagliare organici e aumentare il controllo.

Nel frattempo, anche il mondo tech si sgretola.
Quello che sembrava il più stabile, il più solido, il più “avanti”.
Molti dei tagli non servono a bilanci o crisi reali. Servono a cavalcare la narrativa dell’AI.

Non vorrei essere un neolaureato oggi 🙁

La tendenza è evidente.
Non è solo una questione di lavoro.
È una questione politica.
Profondamente politica.

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.