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South working, il nuovo modo di lavorare dal Sud

Il digitale ci dà sempre nuove opportunità di lavorare in modo diverso e migliore, per esempio con il south working. Negli ultimi 24 mesi quasi un terzo delle aziende italiane ha avuto a che fare con questo fenomeno esploso in pandemia: significa essenzialmente lavorare da remoto, da località del Sud Italia, per aziende fisicamente collocate al Nord.

Non abbiamo dati precisi su quante persone facciano oggi south working, ma sappiamo che, nel 2021, ci sono stati 1.423.000 trasferimenti interni in Italia. Una cosa è certa: il south working può essere un vantaggio per aziende, lavoratori e territorio. Secondo una ricerca, il 61% delle imprese italiane pensa che il south working possa contribuire alla sua crescita, una su due è disposta ad usarlo per trovare figure professionali difficili da reperire e più di una su tre per ridurre i costi.

Chi lavora dal Mezzogiorno, ovviamente, è avvantaggiato perché può rimanere nella terra di origine o nel posto dove ha scelto di risiedere, con lo stile di vita che preferisce e con meno costi legati al trasferimento in una città diversa, generalmente più grande e più cara.  In generale il south working può essere un modo di rilanciare tutto il Sud Italia, che si sta gradualmente spopolando: si stima che entro il 2030 gli abitanti tra i 20 e i 64 anni si ridurranno dell’11%.

Il south working però non si può fare, o se si fa con molta difficoltà, se non si ha una buona connessione ad Internet. E sappiamo che l’Italia è divisa in due: al Nord un’elevata percentuale di famiglie con connessione alla banda larga, al Sud molte meno. Anche per questo è importante investire in connettività su tutto il territorio: perché, grazie a una migliore connessione, anche il lavoro può diventare molto più piacevole e soddisfacente. In qualsiasi parte del Paese si voglia stare.

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