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Smart working, cosa fare per lavorare in sicurezza

Lo smart working può essere utile anche d’estate, perché ci consente di lavorare spesso da qualsiasi luogo. Bisogna però fare estrema attenzione perché, se usiamo dispositivi forniti dal datore di lavoro e questi vengono attaccati da virus o malware, la situazione può diventare pericolosa anche per l’azienda. Così anche quando usiamo i nostri dispositivi ma sono connessi alla rete e ai sistemi aziendali.

Intendiamoci su cosa significa smart working nelle aziende: non è semplice “lavoro da casa” o telelavoro. Non vuol dire collegarsi dallo studio o dal soggiorno e comportarsi come se si fosse in ufficio, rispettando gli stessi orari come se si timbrasse un cartellino. In realtà lo smart working, che si può anche chiamare lavoro agile, si basa sulla flessibilità, l’autonomia e la responsabilità: l’importante è che il lavoratore raggiunga gli obiettivi concordati, con la stessa professionalità e nei tempi previsti.

Il datore di lavoro può fornire ai collaboratori gli strumenti necessari per eseguire i compiti assegnati, come pc, tablet, cellulari, file, documenti e altri materiali. Tutto materiale sensibile che può essere soggetto ad attacchi che poi si ripercuotono sull’azienda.

È qui che può nascere il problema: il primo pericolo per la sicurezza informatica siamo noi esseri umani, perché siamo noi che apriamo l’email sbagliata o facciamo clic su un link che non dovremmo considerare. Così possiamo finire per aprire le porte dei dispositivi e dell’azienda stessa ai cybercriminali. Se il lavoratore è distante anche fisicamente, e quindi meno protetto dai sistemi di sicurezza aziendali, è più difficile contrastare la minaccia.

Quindi nell’era dello smart working, è fondamentale la formazione continua dei collaboratori di tutti i livelli, dai manager in giù, sui temi della sicurezza informatica. Vuol dire insegnare alle persone le migliori pratiche per l’utilizzo delle password, renderli consapevoli degli attacchi di phishing e dell’importanza di mantenere aggiornati i software. Bisogna spiegare loro come individuare un indirizzo e-mail o web sospetto, quali strumenti di protezione usare, come comportarsi in caso di cyber-attacchi.

A sua volta il datore di lavoro dovrà scegliere la soluzione migliore per proteggere se stesso e chi lavora per lui. Per esempio può utilizzare e fornire un VPN (Virtual Private Network) che consente allo smart worker di connettersi alla rete aziendale ed elaborare e memorizzare i file direttamente nel server dell’impresa in modo più sicuro. Oppure può valutare l’opportunità di utilizzare sistemi in cloud conservati su un server protetto. Così come fornire software antivirus, antispam e antiphishing ai collaboratori che usano dispositivi a distanza per lavorare.

La sicurezza, nel lavoro agile, diventa una responsabilità condivisa tra l’imprenditore e i collaboratori. Se la condivisione avviene nel modo giusto e consapevole, saremo tutti più protetti.

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.