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Elon Musk ci sta provando davvero a farci diventare cyborg.

Elon Musk ci sta provando davvero a farci diventare cyborg.

Neuralink, la sua startup che punta a collegare il cervello umano alle macchine, ha appena raccolto 600 milioni di dollari. Non da qualche fondo qualsiasi, ma da pezzi grossi come Founders Fund di Peter Thiel e Google Ventures. E ora la sua valutazione è schizzata a 9 miliardi. Meno di un anno fa era ferma a 5.

Non stiamo parlando solo di promesse. L’FDA ha dato il via libera speciale alla sperimentazione, con il bollino “breakthrough device” che accelera l’iter verso gli ospedali. E nei primi test, persone paralizzate sono riuscite a muovere il cursore sullo schermo con il pensiero. Letteralmente.

Ora stanno lavorando a un dispositivo chiamato Blindsight, che dovrebbe aiutare a restituire la vista a chi non ce l’ha più. Ma non sono soli: ci sono anche Synchron e Precision Neuroscience, che provano a fare lo stesso, ma con strade diverse.

Il fatto che investitori così importanti stiano puntando così tanto su questi chip nel cervello ci dice una cosa: la scommessa non è più se succederà, ma quando. E quanto saremo pronti.

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.