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Le aziende devono cambiare mentalità e avere più fiducia nei giovani

Le aziende che hanno a che fare con il digitale assumono continuamente lavoratori molto giovani e a questi lavoratori vengono assegnati ruoli manageriali in età più precoce rispetto ad altre aziende.

È così dappertutto, tranne che in due Paesi: la Grecia e l’Italia. Lo dice una recente ricerca che conferma quello che, purtroppo, abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni: in Italia non si investe sui giovani.

Un venticinquenne che vive in Inghilterra e ha appena concluso un buon master, magari nel settore della finanza o della giurisprudenza, guadagna da subito cifre che gli equivalenti italiani arrivano forse a guadagnare a fine carriera. Nell’arco di pochi anni è probabile che quel venticinquenne diventi manager di una divisione, e poi assuma rapidamente posizioni di vertice.

In Italia a quell’età si è considerati poco più che ragazzini e i compensi sono decisamente bassi, nonostante gli studi intrapresi. Non è raro che, dopo aver pagato cifre considerevoli per un master, magari all’estero, uno studente italiano si ritrovi arruolato come stagista o collaboratore occasionale con retribuzioni del tutto inadeguate.

Non voglio fare inutili polemiche o lamentele, lo dico per il bene dei nostri ragazzi e dell’intera nazione: bisogna cambiare mentalità.

Le ragioni all’origine di questa mentalità possono essere diverse. Per esempio l’istruzione tecnologica e digitale in Italia potrebbe non essere al passo con quella di altri Paesi. Questo può portare a una mancanza di giovani lavoratori con le competenze necessarie per ricoprire determinate posizioni.

Ma il problema ha molte altre sfaccettature: serve proprio un cambiamento culturale per riuscire ad affidare a un individuo poco più che ventenne un ruolo significativo e ben pagato all’interno di un’azienda.

Naturalmente non tutte le organizzazioni sono uguali: ci sono anche quelle che incentivano e premiano l’occupazione giovanile.

Ma tutte le altre devono avere più fiducia nei giovani. Prime fra tutte le aziende che si occupano di digitale e che sono praticamente ogni giorno alle prese con cambiamenti, evoluzioni e rivoluzioni nei mercati e nel loro settore di riferimento.

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

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Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.