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321 – Mille dollari al mese a duemilaquattrocento artisti. Senza condizioni

Mille dollari al mese a duemilaquattrocento artisti. Senza condizioni

Qui a New York hanno dato a duemilaquattrocento artisti mille dollari al mese per diciotto mesi. Senza vincoli. Senza obblighi. Senza spiegazioni da dare. Quarantatré milioni di dollari in totale, finanziati soprattutto dalla Mellon Foundation. Hanno fatto domanda in ventiduemila. Per duemilaquattrocento posti.

Si dice sempre la stessa cosa sul reddito garantito. Dai i soldi alla gente e smette di lavorare. Si siede. Aspetta il bonifico. Non è andata così.

Gli artisti hanno continuato a lavorare. Hanno cambiato il tipo di lavoro. Hanno mollato i secondi mestieri (il barista, il commesso, il cameriere) per tornare a quello per cui si erano formati: dipingere, scrivere, suonare, insegnare arte nei quartieri di Brooklyn.

Il reddito totale è sceso, in media, di undicimilaseicento dollari l’anno. Quasi esattamente la cifra che incassavano dal programma. Quei mille dollari si sono trasformati in tempo. Tempo per fare arte invece di servire caffè. Una pittrice che conosco a Bushwick mi ha spiegato che smettere di rincorrere il prossimo pagamento le ha restituito le ore per pensare al prossimo quadro.

Qui negli Stati Uniti il mestiere creativo si sta svuotando in silenzio. Midjourney genera immagini pubblicitarie al posto dei fotografi. ChatGPT scrive testi tecnici al posto dei copywriter. Suno produce musica al posto dei musicisti. Un incarico dopo l’altro.

Gli artisti sono una categoria particolare, mossi da ragioni che vanno oltre lo stipendio. Il reddito garantito non risolve tutto. Però quei mille dollari hanno spostato il loro tempo sul lavoro che volevano davvero fare. E mentre le macchine si mangiano i lavori creativi a colazione, garantire alle persone le ore per restare creative è una possibilità. Chiaramente devono essere davvero creativi e non semplicemente dei fannulloni, che è tutta un’altra storia.

Voi cosa ne pensate?

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.