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La gente vuole servizi personalizzati, ma non sa gestire i dati personali

Il digitale consente di avere prodotti sempre più personalizzati: secondo una recente ricerca, il 71% dei consumatori pretende la personalizzazione, il 76% si sente  frustrato quando non riesce ad avere prodotti pensati per le sue esigenze. Ma qui si apre un problema: molti non percepiscono il valore dei dati personali e non sanno come gestirli. Perciò vivono in una continua contraddizione: da una parte si aspettano che, avendo ceduto ogni tipo di informazione alla propria azienda di abbigliamento preferita, arrivino segnalazioni online di abiti in linea con il proprio stile o sconti adatti al proprio portafoglio, dall’altra si lamentano dello spam, o di telefonate da call center sconosciuti, o di notifiche troppo insistenti.

Ecco un altro esempio di questo tipo di contraddizione: da un lato c’è una sorta di sfiducia nel condividere dati personali con il Servizio Sanitario Nazionale, cioè con lo Stato. Alcuni si preoccupano e si sentono come se fossero sotto la costante osservazione di un “grande fratello”. Eppure, se gli enti pubblici sanno proteggere e gestire i dati nel modo giusto, la loro cessione da parte degli utenti non può che aiutare a migliorare i servizi stessi. Servizi per i quali, lo ricordiamo, i cittadini pagano le tasse.

D’altra parte, quegli stessi individui sono molto più disposti a condividere i dati con aziende private, in particolare quelle che offrono servizi digitali, magari semplicemente perché le imprese si possono permettere campagne di marketing più brillanti e convincenti di quelle che potrebbe organizzare un’amministrazione pubblica.

La questione è diventata ancora più complessa con l’avvento di tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale generativa: pensiamo a ChatGPT, che è in grado di raccogliere e analizzare i dati in tempo reale facendo “scraping”, la tecnica utilizzata per estrarre grandi quantità di dati da siti web.  Queste tecnologie possono fornire informazioni dettagliate e personalizzate, ma anche sollevare nuovi problemi di privacy.

Proprio per cercare di risolvere questi problemi e garantire una maggiore trasparenza, il Garante per la privacy italiano, la scorsa primavera, ha chiesto a OpenAI di chiarire alcuni punti. Risultato: si sono scatenate proteste da parte degli utenti (non di tutti, ovviamente), nonostante l’obiettivo fosse tutelare la loro privacy.

In conclusione: la gente esige servizi personalizzati e detesta lo spam, ma è ancora difficile bilanciare queste aspettative con la necessità di proteggere la sfera privata. Questa contraddizione fa emergere l’importanza di promuovere una maggiore consapevolezza e comprensione del valore e del potenziale dei dati personali. Serve divulgazione, serve sempre più una vera cultura dell’innovazione.

Serve una cultura dellinnovazione per insegnare alle persone ad affidare i loro dati alle organizzazioni giuste 1
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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.