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Abbiamo troppi dispositivi, impariamo l’essenzialità digitale

La tecnologia deve essere al servizio dell’uomo e non il contrario, come dico sempre. Sta iniziando la tendenza a voler ridurre il numero di dispositivi elettronici che usano ogni giorno, dice un recente rapporto. Più ne abbiamo e più aumenta il rischio di romperli, perderli o che ci vengano rubati, oltre al problema di doverli gestire passando in continuazione dall’uno all’altro. Questo porta anche ad un maggior rischio della sicurezza perché più strumenti utilizziamo e più ne possono attaccare. Da anni nelle nostre vite sono entrati smartphone, tablet, pc, smartwatch e altri strumenti che ci aiutano nel lavoro e nella vita di ogni giorno. Cominciamo a percepire la fatica di avere troppi dispositivi da usare e gestire.

Una ricerca su duemila americani dice che al 41% degli intervistati non piace gestirli e il 28% si sente sopraffatto dal loro numero e dagli abbonamenti che ha sottoscritto per vari servizi online. Per questo si cerca un uso più razionale. Il numero medio di device per abitazione è passato da 25 a 21 nell’arco di un anno.

Ma non è solo una questione di numeri: l’eccesso di dispositivi digitali in mano alle persone ha generato un fenomeno noto come “infoxication” o “intossicazione da sovraccarico di informazioni”, che può portare a stress, ansia e diminuzione della produttività. Cellulari e computer sono indispensabili, ma possono diventare una distrazione continua, soprattutto se ci abituiamo a controllare costantemente messaggi, email, notifiche e social.

Per questo è nato il digital essentialism, un approccio che sostanzialmente punta a ridurre l’uso e la dipendenza dai dispositivi, concentrandosi sulle attività più essenziali e limitando l’interazione con la tecnologia allo stretto necessario. Questa filosofia promuove anche l’uso consapevole della tecnologia, invece di un utilizzo compulsivo e senza freni.

Il mio, come sapete, è un approccio umanistico al digitale: lo dobbiamo usare quando e finché ci serve, ma non farci usare da lui. Perciò può essere utile cercare di ridurre il numero dei dispositivi smart che abbiamo in casa, se alcuni risultano inutili o non essenziali. E invece di buttarli cerchiamo modi per riciclarli o donarli. Così facciamo anche del bene all’ambiente.

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.