L’unica prova che possiamo portare quando una macchina ci frega è una riga di legge che quasi tutti chiamano burocrazia.
Mentre l’AI Act dice una cosa semplice, cioè quando parliamo con una macchina, quella macchina ce lo deve dire. E non è una buona pratica, non è gentilezza, non è una frase da mettere in fondo alla pagina della privacy insieme ai cookie. È un obbligo.
Eppure quando si parla di AI Act se ne parla solo per due cose. Cioè quanto costa adeguarsi e quanto è alta la multa. Moduli, consulenti, adempimenti. E raccontata così sembra l’ennesima cosa che frena le aziende e non serve a nessun altro.
Solo che quell’obbligo mica è scritto per le aziende. È scritto per noi.
Pensiamo a come funziona una truffa normale. C’è un venditore, c’è una promessa, c’è qualcosa che possiamo raccontare a chi ci deve dare ragione. E con un sistema che decide da solo, che ci convince a comprare, quella parte lì si assottiglia, come dire. Cioè resta una chat, resta una voce. Che sembrava una persona. Resta la nostra parola contro il loro sistema.
L’etichetta è quella che riempie il buco. Perché se l’azienda ci doveva dire che era una macchina e non ce l’ha detto, quella mancanza si può verificare. È il pezzo che trasforma una sensazione in una contestazione. Di essere stati portati dentro qualcosa. E la sensazione mica la puoi contestare, no?
Per cui vale la pena guardarlo da questa parte l’AI Act. Perché è la prima volta che una legge non ci chiede di essere più furbi. O perlomeno una delle poche. Non ci dice di stare attenti, di riconoscere i segnali, di non cascarci. Ci dice che qualcun altro ha il dovere di dichiararsi prima che noi si debba capire qualcosa.
Quindi la prossima volta che ci scrive un assistente, che vende benissimo, e che non dice che cos’è, quella riga che manca non è mica un dettaglio formalino. È la cosa da segnalare. Segnalatelo.
Perché senza quell’etichetta non è che siamo davanti a una truffa. Siamo davanti a un cliente scontento.
Voi cosa ne pensate?
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