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416 – SPACEX E NVIDIA METTONO IL PRIMO RACK DI CALCOLO IN ORBITA NEL 2027. MA È IL POSTO PEGGIORE

Avete presente le ventole che avete nel vostro computer, no? Fanno circolare aria fresca sopra i chip per raffreddarli. Aria. Sapete qual è il nemico del raffreddamento? Il vuoto. E lì ci vogliono mettere i data center dell’Intelligenza Artificiale.

Non è che Musk è stupido, quindi cerchiamo di capire. SpaceX e NVIDIA hanno ufficializzato la partnership: primo rack di calcolo nello spazio previsto per fine 2027. E Musk dice che sarà significativamente più semplice, economico e denso di uno costruito a terra. Ed è ottimizzato ovviamente per resistere alle radiazioni, al calore orbitale. Per far girare l’AI agentica, Grok compreso. Senza vincoli di energia e di raffreddamento che abbiamo invece sulla terra.

Mentre Sam Altman ha criticato la fattibilità del progetto. Però la partnership va avanti lo stesso, anche perché non tira aria buona tra di loro.

E sull’energia, Musk ha ragione, no? Perché quel vincolo lassù te lo togli. Però sul raffreddamento, no!

Vedete, un data center a terra il calore mica lo elimina, lo sposta, no? Lo passa all’aria, all’acqua, a un fiume, alla notte. A volte cose giuste, a volte sbagliate. Insomma, qualcosa là fuori che se lo prende, c’è sempre. Nel vuoto non c’è niente. Niente aria da muovere, niente acqua da far girare. Nessuno a cui passare il pacco. L’unico modo per liberarsi del calore è irraggiarlo. Cioè, si può. Lo si butta fuori come infrarosso da pannelli enormi. E va molto più lento di una ventola, ovviamente. Perché, ovviamente, il vuoto è una sorta di thermos.

E bastasse solo questo, ci sono le radiazioni, no? Cioè, qui nessuno progetta un server immaginando che un raggio cosmico gli giri un bit nella memoria. In orbita è ordinaria amministrazione. Si scherma, si ridonda. Però la schermatura pesa. E ogni chilo bisogna lanciarlo. E anche qui, lancia lui, paga lui.

E poi, la cosa più banale di tutte: il pezzo che si rompe. In un data center normale, un tecnico cammina lungo un corridoio. Sfila l’alimentatore, ne infila un altro. In 5 minuti. In orbita quel corridoio non esiste. Quello che si guasta, resta guasto.

E poi c’è un altro tema: l’hardware invecchia lassù. Mentre a terra, le schede nuove escono ogni anno.

E la densità, quella che ci vendono come il vantaggio. Tanti chip stretti vicini. Esattamente la cosa che nel vuoto non riesci a gestire. Più stringi, più scalda, più cuoci. E il calore non hai dove metterlo.

Insomma, Musk sicuramente ha ragione. L’ha avuta facendo cose incredibili. Lanciando razzi a cui fino a ieri nessuno credeva. Però tuttavia questo non significa che quando qualcuno vi dice che lassù non ci sono vincoli, sta dicendo la verità. Vi sta semplicemente elencando quelli che conosce. Non quelli che poi troveranno davvero.

Quindi non si può fare? Ma certo che si può fare. Ma a condizioni che ora sono sfavorevoli. Magari in futuro lo saranno meno? Ma per chi? Per Musk che possiede l’intero ciclo è una cosa, ma per gli altri? Quello è un vantaggio competitivo suo. Non di tutto il mondo e di tutti gli altri.

Voi cosa ne pensate?

#DecisioniArtificiali #MCC #Spazio #Raffreddamento #Infrastrutture

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

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Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.