General Motors ha licenziato 1.300 persone. Poi ha installato i robot. Nella stessa fabbrica.
Detroit, Factory Zero. Lo stabilimento che doveva essere il simbolo dell’auto elettrica americana, quello da cui escono gli Hummer e i Silverado a batteria. A marzo mandano a casa 1.300 operai. Temporaneo, dicono. Poco dopo sulla linea arrivano una cinquantina di robot a montare i pezzi sulle carrozzerie. E gli operai? Più di mille sono ancora a casa, non li hanno richiamati.
Non è che le macchine prendono il posto di chi va in pensione. Prima licenziano, poi installano. L’ordine conta.
La parola che usano è sempre efficienza. Efficienza per chi, di preciso. I robot non fanno turni, non si ammalano, non chiedono ferie e si pagano una volta sola. L’efficienza finisce nel bilancio, non nelle case di chi quel lavoro non ce l’ha più.
È un tema enorme, che tocca tutti in tutto il mondo, e ci obbliga a ripensare il patto sociale. Non è un angolo dimenticato dell’economia. L’auto elettrica è il cuore del piano industriale americano per i prossimi vent’anni, e quello che provano lì lo proveranno ovunque. Hyundai porta i robot umanoidi nella sua fabbrica in Georgia, Toyota li mette in Canada. Tutti nella stessa direzione.
Le chiamano dark factory. Fabbriche che girano ventiquattr’ore al buio, senza riscaldamento, senza mensa e senza bagni, perché dentro non serve nessuno. In Cina e in Giappone esistono già.
Qui da noi, per ora, i robot lavorano accanto alle persone.
Per ora. Spero il più a lungo possibile.
Voi cosa ne pensate?
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