Non crediamo più alle foto e ai video veri e questo è un grande guaio
Qualcuno ha deciso che Netanyahu è morto. E niente lo ha fatto cambiare idea. Ha fatto conferenze stampa. Ha parlato con giornalisti, con israeliani per strada, con ambasciatori. Un reporter della CNN lo ha incontrato di persona e ha caricato il video. Milioni di persone l’hanno visto e hanno risposto: è chiaramente AI.
Da febbraio a metà marzo, solo su X, la teoria “Netanyahu è morto” ha generato 800.000 post da oltre 213.000 account diversi. 430 milioni di impressioni.
Ecco dove siamo arrivati. Quando le immagini reali vengono scambiate per false, il lavoro dei deepfake è già finito. Non servono neanche più. Basta il dubbio. Basta una risoluzione video scadente, basta un’ombra, basta il modo in cui tiene la tazza di caffè.
Nel 2018 due giuristi americani avevano chiamato questo rischio “liar’s dividend”, il dividendo del bugiardo. Quando le persone credono che qualunque video possa essere falso, chiunque voglia delegittimare una prova reale trova il lavoro già fatto. Non serve costruire una contro-narrativa. Basta dire: è AI.
A volte bastano spiegazioni banali. Ma le spiegazioni banali non viaggiano a 430 milioni di impressioni. Quello che viaggia è quello che la gente vuole credere. I social a pagamento per engagement trovano queste persone, le raggruppano e vendono loro esattamente quello che vogliono sentire. La verità non entra nell’equazione.
Questo non è un problema di Netanyahu. Il meccanismo non dipende dal soggetto. Dipende dal fatto che abbiamo costruito un sistema in cui la menzogna redditizia batte la verità noiosa, ogni volta, per definizione strutturale. È questo il problema.
Voi cosa ne pensate?











