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239 – Abbiamo un problema. Per esempio Spotify non scrive più codice: lo scrive l’AI

Abbiamo un problema. Per esempio Spotify non scrive più codice: lo scrive l’AI

Spotify sta spostando la scrittura del codice sull’Intelligenza Artificiale e, da dicembre, come ha raccontato il co-CEO Gustav Söderström, alcuni fra gli sviluppatori più senior non scrivono più codice a mano: descrivono la modifica e ne controllano l’esito, mentre la parte operativa viene svolta da un sistema interno chiamato “Honk”, basato su modelli generativi e collegato anche a strumenti come Claude Code. Le richieste partono da canali interni come Slack, anche quando si è fuori ufficio; l’AI interpreta, produce il codice, propone correzioni, lo integra e accompagna il rilascio, e Spotify collega questa modalità al ritmo dei rilasci dell’ultimo anno e all’arrivo di nuove funzioni basate su AI.

Negli Stati Uniti lo stesso schema è stato descritto anche da Microsoft, perché Satya Nadella ha detto che una quota fra il 20% e il 30% del codice nei repository è scritta da AI. Il modello si sta diffondendo: invece di costruire riga per riga, si formula una richiesta, si valuta l’output e si approva un cambiamento.

Il vibe coding non è così preciso come il coding a mano, e magari ci sono oggi funzioni che poi rendono il prodotto più rigido domani. Ho programmato per anni, oggi uso vibe coding ma con grande grande cura.

Lo stesso vale per macchine fisiche, processi industriali, robot in logistica e fabbriche, e manutenzioni guidate da procedure software dove l’intervento umano è più raro.

Se quel software è scritto in larga parte da AI e aggiornato in modo continuo con la stessa logica, cresce un effetto cumulativo: una scelta fragile diventa modello riusabile, entra in altri componenti, poi nelle procedure di manutenzione e quindi nei sistemi che riparano o riconfigurano altre macchine. Gli umani intervengono solo dopo che qualcosa ha già funzionato o non ha funzionato.

Serve un presidio umano più forte, con revisioni sostanziali, audit delle dipendenze, sicurezza trattata come requisito di base, perché le decisioni artificiali entrano nel codice, poi nelle macchine e nella manutenzione, e la qualità del controllo umano diventa una condizione importante del sistema. Cosa ne pensate?

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.