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Hanno rubato i libri. Non uno, non cento. Milioni.

Meta, la società dietro Facebook e Instagram, ha usato una gigantesca libreria pirata, chiamata “Books3”, per addestrare i suoi modelli di intelligenza artificiale. Dentro c’erano opere coperte da copyright, pubblicate da grandi case editrici e autori indipendenti. Nessun consenso. Nessun compenso. Nessun rispetto.

Non è un’accusa generica. È tutto nero su bianco nei documenti del processo in corso contro Meta. Il database Books3 era stato già rimosso da internet, ma Meta lo aveva scaricato prima. E lo ha usato per nutrire la sua IA.

I libri sono stati trasformati in dati. Ogni paragrafo, ogni idea, ogni stile personale è stato ridotto a numeri. E digerito da un sistema che oggi scrive testi su richiesta. Inclusi testi che imitano gli stessi autori derubati.

Parliamo di un furto sistematico del lavoro intellettuale. Di un uso improprio di contenuti protetti. E della totale assenza di tutele per chi scrive, crea, pubblica.

Molti autori hanno firmato una lettera aperta. Chiedono trasparenza. Chiedono regole. Chiedono giustizia. Ma per ora si scontrano con un muro fatto di silenzio e potere.

Siamo di fronte a un bivio storico. Perché se il futuro dell’intelligenza artificiale si costruisce rubando il passato, allora non è innovazione. È sfruttamento.

E a farne le spese, come sempre, sono i più deboli. Gli autori. I piccoli editori. I lettori.

Se lasciamo che l’IA cresca così, senza limiti né rispetto, il prossimo libro che leggeremo potrebbe non essere più scritto da una persona. Ma da un algoritmo addestrato a copiarla.

E il fatto che lo facciano tutti i competitor non è una giustificazione.

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