Google è stata appena colpita da una delle decisioni più pesanti mai arrivate da un tribunale americano sul fronte della pubblicità online.
Un giudice federale ha stabilito che ha costruito e mantenuto un monopolio illegale sulla tecnologia pubblicitaria, gestendo sia la parte delle piattaforme dove gli editori vendono spazi pubblicitari, sia quella delle aste dove gli inserzionisti fanno offerte per quegli spazi. In pratica, controllava tutto: il mercato, il regolamento e la partita.
Secondo la sentenza, questa strategia ha danneggiato in modo significativo la concorrenza, ha svuotato le tasche degli editori con commissioni gonfiate e, alla fine, ha fatto male anche a noi consumatori. Il tutto, mentre Google si assicurava che i concorrenti restassero fuori dal gioco grazie a contratti e tecnologie progettate ad arte.
Ora il Dipartimento di Giustizia potrebbe chiedere la separazione forzata del suo impero pubblicitario. Una possibilità concreta, non solo una minaccia.
Per Big G è la seconda batosta antitrust in meno di un anno, ma questa fa ancora più rumore. Perché mette in discussione l’intero modello di business che tiene in piedi l’economia digitale: la pubblicità che vediamo ogni giorno online.
E questa volta non è solo una questione di concorrenza sleale tra aziende. È una questione di potere. Di quanto potere possa concentrare una singola azienda nel plasmare il mercato dell’informazione.
Qui il link diretto all’articolo completo del New York Times














