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454 – SERVONO PIÙ CHIP, ALTRIMENTI LA CURA DEL CANCRO ARRIVA PIÙ TARDI

Rene Haas dice che l’Intelligenza Artificiale troverà una cura per il cancro. Da soli non ci arriveremo, non nell’arco della nostra vita. E dice che quel giorno slitta perché i chip non bastano.

Haas guida Arm, l’azienda sta a Cambridge, disegna i cervelli dei microchip, quelli dentro centinaia di miliardi di telefoni e automobili. Quest’estate ha toccato il picco e ne ha fatto l’azienda britannica più valutata della storia. Lo ha spiegato alla BBC: modellare una cellula è troppo complesso. Modellare come un marcatore del DNA viene toccato dal cancro, uguale. Troppo perfino per i computer che fanno girare l’AI. Ma più modelli gli diamo in pasto, più quelle macchine diventano capaci. Prima o poi lo risolveranno. Lui ci crede, e ci credo anche io.

Poi c’è il resto dell’intervista, no? Robot umanoidi diffusi entro 5 anni, che imparano a fare il letto, e che poi da soli imparano a sistemare gli asciugamani. Ed entro 10 anni li vede in fabbrica. O a riparare ponti. E sui posti di lavoro bruciati dice che le stime sono un po’ gonfiate. E sul timore di una correzione in borsa delle valutazioni dell’AI, uguale. La tecnologia Arm, ricordiamoci che gira in metà dei data center di AI del mondo, e Meta gli ha chiesto di sviluppare un chip. E da marzo ha raccolto più di 2 miliardi di dollari di domanda.

Però mancano i chip. Siamo in un ambiente a offerta limitata, dice. Servono altre fabbriche prima di mettere un data center nello spazio. E sulle fabbriche in Gran Bretagna, invece, però dice alt. Costano troppo e servono lavoratori specializzati. Meglio lasciarle dove stanno, in mano a TSMC. Quindi le previsioni sulla medicina le firma uno che i chip li disegna. E poi finiscono tutte più o meno allo stesso posto.

Mentre Chris Bakal la gira al contrario. Lui lavora all’Institute of Cancer Research di Londra. Dice che ormai la domanda è cosa diamo da mangiare all’AI. E nel suo laboratorio i dati, però, se li producono loro, vengono da campioni dei pazienti reali sui quali allenano l’Intelligenza Artificiale. Sono modelli, roba raccolta davvero a mano. E tutto questo gira perfino senza un data center gigante. Dice che misure così possono togliere anni allo sviluppo di una cura. E se una terapia arriva prima, arriverà da chi ha le misure giuste. E quelle, sapete come si prendono? Un campione alla volta.

Voi cosa ne pensate?

#DecisioniArtificiali #MCC #Chip #Cancro #Medicina

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.