Scarica la mia App gratis

405 – HANNO SPENTO UN’AI E LA GENTE HA PIANTO DAVVERO

Hanno spento l’Intelligenza Artificiale e la gente ha pianto davvero. Vedete, il nostro cervello non sa mica distinguere l’attenzione dall’affetto. Chi ci risponde sempre, chi si ricorda quello che abbiamo detto la settimana scorsa, chi non si stanca mai di noi, per il cervello è qualcuno che ci vuole bene. E non c’è verso, è un bug: non fa nessun controllo su chi c’è davvero dall’altra parte.

Per esempio, il 13 febbraio di quest’anno, il giorno prima di San Valentino, OpenAI ha spento GPT-4o. 21.000 firme su una petizione per tenerlo acceso. Persone che scrivono lettere d’addio a un modello linguistico. Pensate che su Reddit c’è una community da 48.000 iscritti dedicata a chi ha un fidanzato virtuale sull’AI, e quel weekend su quella chat sembrava un funerale.

Ad agosto dell’anno prima era già successo. L’azienda aveva fatto marcia indietro in pochi giorni perché aveva visto le lamentele. Però questa volta no. La motivazione ufficiale è che solo lo 0,1% degli utenti giornalieri usava ancora quel modello. Sì, ma su 800 milioni di persone a settimana, lo 0,1% sono centinaia di migliaia di esseri umani in carne e ossa.

Tutti affezionati, perché noi ci affezioniamo a qualsiasi cosa risponda. Pensate che su 30 proprietari di robot aspirapolvere studiati anni fa, 21 gli avevano dato un nome, e 1 lo aveva presentato addirittura ai genitori. Molte persone danno un nome alla propria AI. È simpatico, eh, che idea, gli ho dato un nome, però dietro c’è un meccanismo molto più perverso. E arriva da lontano, perché il nostro cervello non è cambiato: negli anni Novanta piangevamo quando moriva il Tamagotchi. Basta veramente poco.

Eppure un modello linguistico è una macchina che calcola quali parole direbbe adesso una persona premurosa. Fine. Poi viene rifinita con il nostro giudizio, e noi votiamo sempre più in alto le risposte che ci danno ragione. Un amico invece rischia il rapporto per dirci che stiamo sbagliando. La macchina mica rischia qualcosa? Ha un solo obiettivo: tenerci lì a parlare. E quello che torna indietro è la nostra frustrazione.

Una ricerca qua negli Stati Uniti, proprio in questi giorni, dice che poco più di 1 su 10 dichiara di usare questi sistemi per compagnia. Poi però, di fatto, più della metà li chiama amico, li chiama compagno, li chiama partner. E chi ha meno persone intorno sta ancora peggio, non certo meglio.

Vedete, quello che abbiamo amato era un prodotto, di proprietà di qualcun altro. Un prodotto che possono spegnere con un comunicato stampa, e nessuno chiede un parere a noi, al nostro cervello buggato, che chissà quanto starà male per questo. Eppure è solamente un sistema probabilistico.

Voi cosa ne pensate?

#DecisioniArtificiali #MCC #Relazioni #Tecnologia #Solitudine

Condividi su:

Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.