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312 – Intervistare un’AI è una dichiarazione di ignoranza

Intervistare un’AI è una dichiarazione di ignoranza

Ho pensato molto prima di decidere di fare questo video. Perché lo farò anche in inglese come sempre e siccome lo vedranno qui in USA, non volevo che si pensasse che in Italia siamo tutti digitalmente ignoranti. E che non è così. Ma purtroppo in Italia un intellettuale ha intervistato un’Intelligenza Artificiale. E gli è stata data grande risonanza. Due pagine su un quotidiano nazionale, domande pesanti, risposte riportate come se dall’altra parte ci fosse qualcuno che pensa. Non c’è nessuno. È come intervistare una caffettiera, una caffettiera che risponde a caso.

Come sappiamo un large language model calcola probabilità. Prevede la parola successiva sulla base di miliardi di testi visti in addestramento. Non ha coscienza, non ha opinioni, non ha una storia. Faccio la stessa domanda due volte e ricevo due risposte diverse. Tre volte, tre risposte. Cambio modello, cambia la risposta. Cambio account, cambia la risposta. Anche il contesto delle chat precedenti modifica il tono e la risposta.

Un’intervista presuppone un soggetto, una posizione, una memoria coerente, una sorta di coscienza, una personalità. Qui c’è un sistema statistico che produce la sequenza di parole più probabile in quel momento. Cinque minuti dopo, magari, ne sceglie un’altra. Quando leggo titoli tipo “Claude mi ha confessato” o “ChatGPT racconta la sua paura” mi cadono le braccia. Confessato cosa? Un modello genera testo, non prova niente.

Non è per rompere le scatole all’intellettuale di turno che non capisce del digitale, è un danno culturale. Un quotidiano nazionale che dà due pagine a una performance simile sta normalizzando l’idea che dall’altra parte dello schermo ci sia una mente. Chi legge esce convinto che l’AI pensi, scelga, rifletta su se stessa. Quando invece bisognerebbe sfruttare quelle due pagine per spiegare che cos’è l’AI davvero, che cosa fa. E forse nemmeno le pagine culturali servono, servono le pagine normali, perché è parte della vita di tutti i giorni di tutti noi.

Ed è questo che alimenta il gap digitale italiano, anche se è stato migliorato tantissimo recentemente. Una classe dirigente culturale che parla di tecnologia senza conoscerla. Intanto deleghiamo a questi sistemi pezzi enormi delle nostre vite: lavoro, sanità, giustizia, educazione. Tutto dentro modelli che spesso non capiamo e non lo vogliamo far sapere alla gente perché è un settore a parte. Ma non è così.

Voi cosa ne pensate?

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