Il tuo chatbot sa più cose di te di quanto pensi
Provate a chiedere al vostro chatbot: “Cosa sai di me?” Fatelo. Adesso. Vi risponderà con una lista di cose che vi faranno impressione. Sa che cibo preferite, che lavoro fate, come parlate, che problemi avete avuto la settimana scorsa. Un tizio ha provato e l’AI gli ha detto che ama il coriandolo e che il suo stile è “minimalismo funzionale”. Un’altra persona ha dovuto censurare la risposta prima di pubblicarla, tanta roba c’era dentro.
Gli mandiamo documenti, foto, pensieri. E loro si ricordano tutto. Non perché ci spiano, perché gliel’abbiamo detto noi. Ogni conversazione diventa un pezzo del nostro profilo. E quel profilo ci segue, ci rende il servizio più comodo, più veloce, più su misura.
Guardarsi attraverso gli occhi della propria AI è un esercizio strano. Ti restituisce un ritratto di te fatto di frammenti. Cose che hai detto senza pensarci. Preferenze che non sapevi di avere. Abitudini che non ti eri mai fermato a osservare.
È utile? Sì. Ti fa risparmiare tempo, ti evita di ripetere le stesse cose. E funziona anche come backup di te stesso. Se domani esce un modello più intelligente, non devi ricominciare da zero. Non devi rispiegare chi sei, cosa fai, come ragioni. Sa già tutto. Ti conosce.
Ma è anche un modo per capire quanta roba personale stai regalando, ogni giorno, senza rendertene conto. Nessuno ti ruba niente. Sei tu che parli. Ed è proprio quello che dovrebbe farti pensare.
Voi cosa ne pensate?
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