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110 – Un amico muore, e lei decide di ricrearlo con l’AI

Un amico muore, e lei decide di ricrearlo con l’intelligenza artificiale.

Eugenia Kuyda non si rassegna alla perdita del suo amico Roman Mazurenko. Così raccoglie tutto quello che Roman aveva lasciato in digitale: migliaia di chat, email, messaggi, post. Ogni parola diventa materiale per un algoritmo e lo carica online in un servizio per creare bot.

Il primo passo è semplice: un bot “selettivo”. Chi scrive riceve frasi che Roman aveva davvero pronunciato. È un archivio parlante, una memoria che risponde. Poi, grazie alle nuove AI generative, riesce a generare una sorta di suo clone apparentemente pensante. Perché ora l’AI non si limita più a pescare dal passato, ma ricombina i testi, impara il suo stile e produce risposte nuove che sembrano scritte da lui. Nasce una specie di fantasma digitale.

Gli amici iniziano a scrivergli, la madre legge pensieri che non aveva mai conosciuto. Kuyda lo descrive come mandare “un messaggio in bottiglia al cielo”. Ma il cielo non c’entra: c’è solo una AI che recita, e consola solo perché noi scegliamo di crederci.

E qui negli Stati Uniti sta nascendo un nuovo mondo: lo chiamano grief tech, tecnologia del lutto. È conforto travestito da innovazione. Ma dietro resta la domanda scomoda: stiamo parlando con Roman o con una macchina che lo imita? E fino a che punto siamo disposti a delegare all’AI perfino l’elaborazione del dolore, trasformando la morte in un servizio digitale e il lutto in un abbonamento?

E questa storia apre un fronte nuovo: cosa succede quando iniziamo a preferire i morti digitali ai vivi reali? E se l’AI si sbaglia e gli fa dire cose terribili contro di noi, che il defunto invece non avrebbe mai pensato né detto?

Perché se i fantasmi generati dall’AI diventano più disponibili, più attenti, persino più “presenti” delle persone intorno a noi, il rischio non è solo confondere memoria e simulazione. È smettere di vivere nel presente e scegliere di abitare in eterno un passato artificiale.

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Decisioni Artificiali racconta come funzionano davvero quei sistemi ai quali ogni giorno affidiamo scelte sempre più importanti, perché le macchine decidono in modo diverso dagli esseri umani e dai software tradizionali, e dove agiscono nella vita quotidiana senza essere riconosciute come decisori. Mostra come stime probabilistiche diventino soglie rigide, come l’errore si trasformi in danno seriale e come la responsabilità si dissolva lungo catene tecniche e organizzative.

Dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla democrazia, dalle piattaforme digitali ai sistemi pubblici, il libro ricostruisce i luoghi invisibili in cui le decisioni artificiali operano e le conseguenze sociali di una delega sempre più normalizzata.

Marco Camisani Calzolari affronta qui la questione centrale: come rendere governabili decisioni che non sono neutre. Verifica, manutenzione, autorizzazione, limiti. Non soluzioni definitive, ma condizioni minime per restare responsabili delle scelte che ci governano.

Perché il problema non è se le macchine sbagliano. Il problema è cosa succede quando sbagliano e nessuno può dire: “la decisione è mia”.