Le lauree saranno totalmente inutili?
Jad Tarifi, ex Google e primo a guidare un team di generative AI, ha detto che studiare legge o medicina oggi è tempo perso. Tanto arriva l’intelligenza artificiale e farà tutto meglio. Sembra una verità scomoda, invece è piena di contraddizioni.
Il problema non è il pezzo di carta. La laurea in sé rischia di ridursi a una spunta burocratica. Ma conta il percorso. Anni che ti insegnano a ragionare, a leggere il contesto, a prendere decisioni. A sbagliare e rimetterti in piedi. Senza questo diventi solo un utente passivo, che copia e incolla quello che l’AI produce.
Tarifi dice che medicina e legge sono memoria. Sbaglia. Non è ricordare un protocollo o una sentenza. È interpretarli, pesarli, assumersi la responsabilità di usarli. L’AI ti porta le informazioni, ma non si siede al capezzale di un paziente. Non si alza davanti a un giudice.
Ed ecco la contraddizione. Tarifi liquida le università, ma il mercato del lavoro a New York continua a chiedere lauree e master seri. Non corsi online di due settimane, ma percorsi veri, meglio se nelle top universities. Perché qui se vuoi lavorare ad alto livello devi dimostrare di saper pensare.
Senza formazione rischiamo di crescere una generazione che non ragiona più. Che prende per oro colato quello che un algoritmo sputa fuori. Una massa di operatori passivi, disconnessi, ignoranti.
Allora la domanda è una sola: il titolo di studio non serve più, o è l’unico antidoto per non restare prigionieri della macchina?











