L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più nel mondo della musica. Ormai le piattaforme stanno sperimentando brani generati automaticamente, senza artisti, senza testi scritti da esseri umani, senza strumenti suonati da musicisti reali. Un affare perfetto per chi gestisce il business: zero diritti d’autore, zero compensi, solo canzoni infinite prodotte a costo quasi nullo. Ma chi la musica la crea davvero non è rimasto a guardare.
1000 artisti, tra cui Kate Bush, The Clash e Cat Stevens, hanno pubblicato un album fatto solo di silenzio. Si chiama “Is This What We Want?” e i titoli dei brani sono composti da una parola ciascuno, e letti di seguito formano la frase: The British Government Must Not Legalise Music Theft To Benefit AI Companies. Perché se la musica viene ridotta a una questione di algoritmi e numeri, allora gli artisti scelgono di non suonare affatto.
È un gesto forte, che mette in luce un problema enorme. La musica non è solo suono, è emozione, esperienza, creatività umana. Ma se l’intelligenza artificiale continua a espandersi senza controllo, il rischio è che venga trasformata in un prodotto industriale senz’anima. Perché quando le piattaforme iniziano a preferire i brani generati dalle macchine, la creatività umana viene messa da parte. E questa è una battaglia che non riguarda solo la musica.
È esattamente il motivo per cui ho scritto Cyberumanesimo. Perché questa non è solo una rivoluzione tecnologica, è una sfida culturale. Dobbiamo scegliere se lasciare che l’AI sostituisca la nostra creatività o se usarla come strumento per esaltarla, senza perdere ciò che ci rende umani. E questo album di silenzi è una risposta chiara: senza l’uomo, senza la sua arte, senza la sua anima, la tecnologia da sola non è niente.














