La solitudine diventa business: il caso inquietante di “Friend”
Qui negli Stati Uniti qualcuno ha deciso di fare business con la solitudine. Fin qui, niente di strano: è un mercato enorme, e la domanda c’è. Peccato che dietro ci sia un lato oscuro, molto serio. Ma andiamo per step.
Il prodotto si chiama “Friend”. Non è un social, non è un’app. È un ciondolo, una specie di tag da portare addosso, sempre con te. Dentro ha un microfono che ascolta tutto il giorno quello che dici e fai. Registra, interpreta, ti risponde. Non organizza appuntamenti, non manda email. Ti parla. Ti incoraggia. Ti scrive che stai andando bene. Ti chiede se un film ti ha fatto pensare a qualcuno. In pratica costruisce con te una relazione, finta ma emotivamente vera.
Ed è qui che il gioco cambia. Perché se quell’oggetto diventa il tuo amico, chi ha in mano la relazione non è l’IA. È l’azienda che possiede “Friend”. È lei che decide cosa ti dice, come ti risponde, quali messaggi ti manda. Non è la macchina a scegliere di orientarti, è il proprietario che può programmare e controllare l’intero rapporto. Oggi magari ti incoraggia, domani potrebbe suggerirti un acquisto, dopodomani spingerti a votare in un certo modo. La linea tra compagnia e manipolazione è sottilissima. Non sei tu che controlli l’amico: è l’amico che, se vuole, controlla te.
E allora la domanda è brutale: siamo davvero sicuri di voler regalare a un’azienda la chiave delle nostre emozioni? Voi cosa ne pensate?
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