Ci fanno addestrare l’Intelligenza Artificiale che ci sostituirà. E ci pagano per farlo.
Un tecnico che fa questo mestiere da quindici anni in una grande multinazionale me lo ha raccontato con una email. Gli hanno messo accanto un’AI di assistenza, all’inizio facoltativa. Nessuno la usava, perché chi sa lavorare non ne aveva bisogno. Così l’hanno resa obbligatoria, con una metrica. E da quel giorno il suo lavoro non è più aiutare il cliente. È correggere la macchina. Validare le risposte, sistemare gli errori, insegnarle il mestiere.
La addestriamo noi. E quando ha imparato abbastanza, il lavoro lo spostano in India o lo automatizzano del tutto. Ci siamo scavati la fossa con le nostre mani, e non possiamo fare altrimenti. Negli Stati Uniti lo chiamano skill harvesting.
Registrano e trascrivono tutto. Ogni chiamata, ogni connessione da remoto. Lo chiedono come consenso volontario, ma se rifiuti l’applicazione ti blocca le telefonate. Quel volontario è una parola vuota. Tracciano anche i movimenti del mouse e la velocità con cui digiti, e chi prova a fingersi attivo viene richiamato.
Il consenso di un lavoratore, davanti al capo che gli paga lo stipendio, non è libero. E un consenso non libero non vale niente.
Quando ho lavorato alla legge italiana sull’AI e al codice europeo, su questo abbiamo insistito, e fortunatamente la legge ne tiene conto. Dal 2 agosto, in Europa, i sistemi che monitorano e valutano chi lavora sono ad alto rischio. Vanno dichiarati e tenuti sotto controllo umano.
Sulla carta le regole ci sono quasi tutte. L’occhio che entra a controllare dentro i sistemi chiusi delle multinazionali, no. La legge esiste. Chi la fa rispettare lì dentro, quasi mai.
Voi cosa ne pensate?
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