Facebook guadagna sulle truffe! Scoperti documenti interni che lo dimostrano.
Avete presente quando segnalate post truffa su Facebook e vi rispondono “non viola le policy”? Ecco, non è un caso. Seguitemi fino alla fine perché dai documenti nelle mani di Reuters emerge un quadro imbarazzante per Meta.
Ora i numeri interni lo dicono esplicitamente: sono emersi documenti che dimostrano che Meta ha stimato che circa il 10% dei ricavi di un anno, circa 16 miliardi di dollari, provenga da inserzioni di truffe o di beni vietati. Ogni giorno circolano circa 15 miliardi di annunci ad alto rischio. Ma non li tolgono! Il ban scatta solo quando i sistemi superano il 95% di certezza che si tratti di frode. Sotto soglia l’inserzionista non viene espulso: paga di più per vincere l’asta pubblicitaria, le cosiddette penalty bids. Esiste anche un “guardrail” interno sui mancati ricavi: nel primo semestre 2025 non oltre lo 0,15%.
Insomma non è un caso. Se vi rubano l’account e lo usano per fare truffe, voi segnalate e Facebook ignora. Come mai secondo voi?
Peraltro basta un clic su un annuncio sospetto e la personalizzazione pubblicitaria vi classifica “interessati”. Da quel momento arrivano altri contenuti simili, quindi più esposizione al rischio. È scritto nelle carte emerse. Rubano i profili, poi inondano la bacheca con “investimenti miracolosi” in cripto. Le segnalazioni sono moltissime, ma le rimozioni non arrivano o arrivano in ritardo. I documenti parlano di oltre 100.000 segnalazioni valide alla settimana nel 2023.
Meta risponde circa così: “Sì, beh, ecco, erano stime grezze, ehm…”. A pensar male si fa peccato, ma guardando agli incentivi economici vien da chiedersi chi incassa quando un sospetto paga di più e resta online.
Bisogna chiedere a piattaforme e autorità, sia negli USA sia in Europa, che indaghino su Meta e su queste pratiche. Che si imponga loro di rispondere e risolvere entro 12 o massimo 24 ore. Non mancano i soldi per farlo, volendo.
Che siano imposte rigorose pratiche di verifica preventiva degli inserzionisti finanziari prima della messa online. Che siano obbligati alla trasparenza pubblica su volumi di segnalazioni, tempi di rimozione e ricavi generati da account penalizzati. Che emettano rimborsi automatici quando una piattaforma incassa da campagne poi riconosciute fraudolente. E che vengano sanzionati proporzionalmente a quanti soldi ci fanno perdere.
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