Categoria: Decisioni Artificiali

I microdocumentari di Marco Camisani Calzolari. Un viaggio per capire come intelligenza artificiale, tecnologia e trasformazione digitale stanno cambiando lavoro, società e potere. Storie reali, casi concreti e riflessioni dirette per comprendere le decisioni visibili e invisibili che le macchine stanno già prendendo per noi. #DecisioniArtificiali #MCC

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153 – Altre parole dell’AI che non tutti conoscono

Altre parole dell’AI che non tutti conoscono

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Ogni giorno si sentono parole legate alla IA, GPT, multimodalità, ma non tutti le conoscono e alcuni fanno finta di capire per non sembrare ignoranti, per cui ho pensato di spiegarvi in modo semplice il significato delle parole principali legate all’intelligenza artificiale. Se le conoscevate già, condividete il video. Se non le conoscevate, condividetelo lo stesso. 🙂

MULTIMODALITÀ si riferisce a un modello di AI che capisce e genera più forme di dati, sia testo sia immagini, audio, video. Può descrivere una foto, riassumere un audio, leggere un grafico e rispondervi a voce. Utile quando i formati si incrociano, rischiosa se scambiate confidenza per accuratezza.

COT CATENA DEL PENSIERO (CoT) è una tecnica di prompting: si chiede al modello di esplicitare i passaggi del ragionamento. Aiuta in logica e calcolo perché forza il modello a “mostrare il lavoro”. Ovviamente non è garanzia di verità, ma rende l’errore più leggibile, non lo elimina. Usatela quando serve trasparenza, non per gonfiare risposte banali.

GPT (da non confondere con ChatGTP) sta per Generative Pre-trained Transformer. È una famiglia di modelli basata sui transformer, pre-addestrata e poi adattata a compiti specifici. “GPT” non è sinonimo di “AI”, è una classe tecnica, con versioni e capacità diverse. Trattatelo come tecnologia, non come magia. Nome uguale, risultati diversi.

AI SLOP sono i contenuti generati con AI a basso sforzo e bassa qualità, prodotti in massa per riempire feed e ricerche. Segnali tipici: titoli riciclati, voce sintetica identica, immagini incoerenti, zero fonti, pubblicazione a raffica. È il nuovo spam dell’era generativa. Non premiatelo con click e condivisioni. Se lo incontrate: non condividete, segnalate, seguite fonti verificabili.

Alla fine, queste parole non servono per fare i tecnici. Servono per restare liberi. Chi controlla il linguaggio controlla la narrazione.

Se volete restare aggiornati su come la tecnologia cambia la società, cliccate su segui.

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👉 Ora che vivo a New York, stiamo definendo le settimane in cui sarò in Italia nei prossimi mesi. Chi vuole ingaggiarmi per eventi è pregato di contattare il mio team al più presto, perché stiamo finalizzando le date dei viaggi e dei giorni disponibili: [email protected]

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152 – Attenzione! Il numero è quello della vostra banca. Ma non è la banca

Attenzione! Il numero è quello della vostra banca. Ma non è la banca. È un truffatore.

Arriva la chiamata con il numero giusto, quello che usiamo da anni quando chiamiamo la nostra banca, ma non è la banca. È un truffatore. Seguitemi fino alla fine che vi spiego come funziona davvero questo inganno e perché oggi può fregare chiunque.

Noi ci fidiamo del numero sullo schermo. Lo vediamo, lo riconosciamo, pensiamo che sia una garanzia. Non lo è più. Oggi cambiare il numero del chiamante è facilissimo. Si fa in pochi secondi, con servizi che costano pochissimo, ed è per questo che i truffatori stanno usando proprio questa tecnica. È il caller ID spoofing. È il motivo per cui un criminale può presentarsi con il numero perfetto della vostra banca senza alcuno sforzo.

La chiamata inizia sempre con la stessa frase: “Ci sono movimenti sospetti sul suo conto.” Oppure “Qualcuno sta tentando un bonifico non autorizzato.” Il tono è serio, il ritmo è veloce. Ti portano dritto alla paura. Poi arriva la richiesta decisiva: serve il codice OTP. E qui avviene il danno. Un codice OTP dato al telefono non blocca un’operazione, la completa. Chi lo inserisce è convinto di proteggersi, invece sta autorizzando il trasferimento dei suoi soldi verso un conto controllato dal truffatore.

È un inganno semplice perché sfrutta un dettaglio che quasi nessuno conosce. Il numero sullo schermo non è una prova di identità. Le reti telefoniche sono state progettate decenni fa. In quel periodo nessuno immaginava che un numero potesse diventare lo strumento centrale per la sicurezza bancaria. Così oggi chi chiama può apparire come chiunque, usando il numero che vuole. E le banche non possono farci nulla. Non è un loro errore, è un limite tecnico del sistema telefonico.

Il problema non è la paura, è la fiducia sbagliata nel numero. Fino a ieri potevamo crederci. Oggi no.

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151 – Guerra automatica: come l’AI sta prendendo il controllo

Guerra automatica: come l’AI sta prendendo il controllo della difesa

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando la difesa. Non solo i droni armati. Cambia tutto: comandi, decisioni, logistica, attacchi informatici. E lo fa con una velocità che supera quella dell’essere umano. Seguitemi fino alla fine, perché qui non parliamo del futuro, parliamo di ciò che sta già accadendo, senza limiti né regole.

Il punto di svolta è arrivato con la guerra in Ucraina. Le forze ucraine hanno usato un sistema chiamato Delta, un software che raccoglie dati da fonti diverse e suggerisce chi colpire. Immagini satellitari, intercettazioni, coordinate, tutto in tempo reale. Ma chi prende la decisione finale, il comandante o la macchina?

Negli Stati Uniti il Dipartimento della Difesa ha creato il JAIC (Joint Artificial Intelligence Center). L’obiettivo è chiaro: integrare l’AI in ogni fase della difesa. Dal 2023 i nuovi sistemi militari sono progettati per analizzare scenari e suggerire risposte in pochi secondi. Ma se sbagliano, chi è responsabile?

Almeno 30 Paesi stanno sviluppando tecnologie autonome per la guerra, ma nessuno ha firmato accordi vincolanti per limitarle. Non esiste un trattato che imponga il controllo umano o vieti l’uso di armi autonome. Le convenzioni in vigore sono obsolete. Non tengono conto di scenari in cui un algoritmo decide chi deve morire.

Chi parla di “etica dell’AI nella difesa” non si riferisce solo ai killer robot. Il problema vero è il processo decisionale automatizzato. Quando l’AI suggerisce, il margine per il giudizio umano si restringe. Se l’ordine di attacco arriva da un sistema considerato “intelligente”, chi avrà il coraggio di fermarlo?

Cosa fare quindi? Chiedere trasparenza sugli algoritmi, imporre il controllo umano in ogni fase, definire regole internazionali chiare e verificabili e introdurre una nuova figura professionale, l’esperto di etica militare digitale.

Perché un errore di calcolo non può giustificare la morte di civili. E perché una guerra combattuta da macchine non sarà mai una guerra senza conseguenze. Se deleghiamo la difesa, deleghiamo anche la responsabilità.

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150 – Come iniziare davvero con l’AI in azienda

Come iniziare davvero con l’AI in azienda (e cosa dovete sapere prima di farlo)

Non sapete da dove iniziare con l’intelligenza artificiale nella vostra azienda? È la domanda che sento più spesso. Ora vi spiego cosa fare, passo per passo. Restate fino alla fine, perché vi sarà molto utile.

La buona notizia è che potete iniziare gratis, o spendendo pochissimo. E no, non serve un reparto IT. Il punto di partenza non è un grande progetto, è capire dove perdete tempo ogni giorno. Quali attività si ripetono? Quali domande vengono fatte cento volte? È lì che l’AI comincia a lavorare per voi.

Con due clic potete creare un vostro ChatGPT personalizzato. Ci caricate documenti, policy, listini, manuali interni. Gli spiegate chi siete e come deve rispondere: “Sei l’assistente interno della nostra azienda. Aiuti a trovare informazioni, moduli e procedure.” Fatto. Senza codice, senza tecnici, senza budget.

All’inizio sbaglierà ma impara in fretta, e presto risponderà a tutto: “Dove trovo il modulo per le trasferte?” “Qual è il prodotto giusto per questo cliente?” “Dove sono i documenti HR?” Lui risponde. Sempre. Ma prima di tutto mettete ordine nei vostri dati: rinominare file, pulire Excel, uniformare formati. L’AI non crea ordine, amplifica il vostro caos.

Poi sì, potete integrarla con Teams, Slack, Gmail o i vostri CRM, e in pochi giorni vedrete la differenza. Ora però viene la parte che nessuno vi spiega. Tutto questo si può fare gratis, ma quando non pagate per un servizio spesso il prodotto siete voi. Perché se caricate documenti aziendali dentro ChatGPT non avete controllo su dove finiscono. Potrebbero essere usati per addestrare modelli futuri e un domani qualcun altro potrebbe ricevere risposte basate sui vostri dati.

L’alternativa è installare modelli localmente, dentro la vostra infrastruttura. Più sicuri ma più costosi e tecnici. L’importante è saperlo, perché solo conoscendo le regole del gioco potete decidere davvero come giocarci.

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149 – Il vero inventore del telefono era italiano

Il vero inventore del telefono era italiano. E gli hanno rubato tutto.

Un filo teso tra due stanze cambierà il mondo. Seguite fino alla fine, perché questa non è solo la storia di un’invenzione ma di un furto.

Antonio Meucci nasce a Firenze nel 1808. Artigiano, autodidatta, geniale. Nel 1850 emigra a Staten Island, vicino a New York, in cerca di lavoro e di salute per la moglie Esther. Lei si ammala, resta paralizzata. E lui, per aiutarla a comunicare dal letto al laboratorio, tende un cavo elettrico tra i due piani di casa.

Nasce così il “telettrofono”, il primo telefono funzionante della storia. Meucci lo costruisce con materiali di fortuna: una scatola da barba, un filo, un diaframma di metallo. Trasforma la voce in impulsi elettrici e la fa viaggiare. Nel 1871 deposita un caveat, un brevetto provvisorio da dieci dollari. Poi un incidente, la povertà e l’impossibilità di rinnovarlo.

I suoi modelli finiscono alla Western Union, dove lavorava anche Alexander Graham Bell. Quando Meucci va a riprenderli, spariti. Nel 1876 Bell deposita il suo brevetto. Stesso principio, stesso sistema. E diventa l’inventore ufficiale del telefono.

Meucci muore povero nel 1889. Solo nel 2002, qui negli Stati Uniti, il Congresso riconosce che era lui il vero inventore. Ma ormai il suo nome era stato cancellato.

Tutto quello che oggi chiamiamo digitale, tutto ciò che usiamo per comunicare, dal telefono allo smartphone, da WhatsApp all’intelligenza artificiale, nasce da quel filo teso in una casa di Staten Island. Un gesto d’amore che ha cambiato la storia della comunicazione umana. E che ci ricorda che ogni tecnologia nasce da un bisogno umano, non da un brevetto.

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147 – L’IA non cresce dove la stiamo guardando

L’IA non cresce dove la stiamo guardando

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Noi continuiamo a fissare Nvidia come se fosse l’intera storia dell’intelligenza artificiale. Seguitemi fino alla fine perché qui negli Stati Uniti sta accadendo qualcosa di molto più grande e quasi nessuno lo sta raccontando. Il boom dell’IA non vive nei chip, vive negli strati che non vediamo.

Noi abbiamo già visto questo film. Nella corsa all’oro vinse chi vendeva le pale, non chi scavava. Nella bolla delle dot com prosperò chi costruiva le reti, non chi lanciava siti. Nel cloud incassarono i proprietari dei data center, non le startup più rumorose. Oggi il meccanismo è identico.

Il punto è che guardiamo il livello sbagliato. Nvidia fa da frontman ma la produzione vera passa da TSMC. Le macchine litografiche da centinaia di milioni di dollari sono di ASML. Applied Materials garantisce che ogni chip sia perfetto. È un ecosistema sotterraneo che regge tutto il resto.

Poi c’è lo strato più ignorato, l’infrastruttura che connette tutto. Qui negli Stati Uniti Super Micro costruisce server pensati per l’IA. Broadcom fornisce chip personalizzati che crescono a ritmi impressionanti. Marvell spinge le connessioni ad alta velocità. Crescono più dei produttori di chip e nessuno li guarda.

E infine c’è l’energia, il pezzo decisivo. I data center dedicati all’IA consumano già il 4 per cento dell’elettricità americana e secondo l’International Energy Agency servirà almeno il triplo entro il 2030. Senza nuova energia l’IA si ferma. Per questo tornano fuori nucleare modulare, reti più intelligenti, sistemi di accumulo. È una corsa energetica, non solo tecnologica.

Intanto il mercato si muove alla velocità della luce. Una trimestrale può ribaltare tutto in una notte. Arrivi tardi e perdi il treno. Arrivi presto senza capire l’architettura e resti bloccato col rischio. L’unica strategia è guardare i livelli veri: chi costruisce, chi connette, chi alimenta.

È lì che sta nascendo la prossima ondata da trilioni di dollari, non sopra i riflettori ma sotto la superficie.

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146 – L’Italia è più avanti degli Stati Uniti nella PA digitale

Vi sembrerà incredibile ma l’Italia è più avanti degli Stati Uniti nella PA digitale

Ho vissuto in Italia, poi 16 anni a Londra, e adesso vivo a New York. E quello che ho scoperto mi ha davvero sorpreso. Seguitemi fino alla fine, perché il Paese che ha inventato internet è rimasto indietro nel digitale della vita quotidiana.

Negli Stati Uniti la tecnologia è ovunque: nelle aziende, nei social, nelle startup. Ma nella vita reale sembra di essere tornati indietro di vent’anni. Il fax è ancora diffusissimo, non solo negli uffici pubblici ma anche in studi legali e aziende. Ti chiedono di “mandare un fax” come se fosse normale. In Italia ormai è quasi sparito, a parte qualche caso di resistenza, per abitudine o per furbizia, come quei servizi che si attivano con una telefonata ma si disdicono solo con un fax. In Inghilterra, invece, il fax è morto da anni.

Il telefono resta il principale strumento per parlare con la pubblica amministrazione. Ore di attesa, niente portali digitali, nessuna app. E la carta è ancora sacra: serve per firmare, validare, certificare. In Inghilterra è quasi scomparsa e anche in Italia ormai si usa sempre meno. Qui, invece, ogni pratica finisce con una firma a penna.

Anche nei pagamenti il salto indietro è evidente. Gli assegni sono ancora comunissimi, si usano per pagare affitti, cauzioni, lavori, perfino acquisti normali. I bonifici sono lenti e molti esercizi accettano solo contanti. A Londra succede l’opposto e in Italia finalmente ormai tutti accettano la carta, anche per un caffè. In molti bar e negozi americani non si può fare il tap contactless, devi consegnare la carta o il telefono al cassiere, che fa bip dietro la cassa. Una scena che in Europa non si vede più da anni.

E poi c’è la burocrazia. File, moduli cartacei, assegni spediti per posta. Negli Stati Uniti non esiste una vera infrastruttura digitale dello Stato. Un po’ come era in Italia fino a pochi anni fa. Solo che noi, dopo la pandemia, abbiamo fatto un salto enorme. Negli ultimi tre anni la digitalizzazione dei servizi pubblici è diventata reale. Qui invece no. Ogni Stato ha regole proprie, sistemi propri, culture diverse. E il risultato è che il Paese che ha creato internet non riesce a usarlo per semplificare la vita dei cittadini.

E se in Italia vi capita di vedere ancora qualcosa che vi sembra antico, vi assicuro che qui, negli Stati Uniti, è molto peggio. Un conto è quello che vediamo online, con le grandi piattaforme private. Un altro è viverci davvero. E vi assicuro che da questo punto di vista l’Inghilterra è il paradiso della non burocrazia. E l’Italia, anche se sembra impossibile, oggi funziona davvero molto meglio di quanto pensiate.

Perché dietro la Silicon Valley c’è ancora un’America che vive a colpi di fax e assegni.

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145 – Occhio! Questo SMS dice che è lo SPID. Ma non è lo SPID. È una trappola

Occhio! Questo SMS dice che è lo SPID. Ma non è lo SPID. È una trappola.

Arriva un messaggio sul telefono: “Accesso sospetto al tuo SPID, verifica subito.” Logo perfetto, tono istituzionale, link che sembra ufficiale. Ma non è lo SPID. È un truffatore che vuole prendere il controllo della vostra identità digitale. Seguitemi fino alla fine perché questa truffa esiste davvero e sta colpendo tante persone in Italia.

Noi ci fidiamo troppo degli SMS. Quando leggiamo “SPID” pensiamo subito a qualcosa di serio, è un riflesso. Lo SPID lo usiamo per tutto: INPS, scuola, documenti, bonus, certificati. È la chiave d’ingresso alla nostra vita amministrativa e proprio per questo i truffatori la vogliono. Non attaccano il sistema, attaccano noi, con un messaggio scritto bene e un link che sembra quello giusto. Il trucco parte sempre allo stesso modo: un SMS che dice “verifica immediata” o “accesso anomalo”. Mai una frase storta, mai un errore, tutto costruito per sembrare autentico.

E quando clicchiamo entriamo su una pagina identica a quella del nostro provider SPID. Identica davvero. Gli stessi colori, lo stesso logo, la stessa schermata di login. È una copia perfetta. Inseriamo le credenziali e loro se le prendono. Non c’è magia, è phishing puro. I casi non sono teoria, sono fatti. In Italia sono state segnalate diverse campagne di smishing legate allo SPID. Alcune imitano l’INPS e usano nomi di dominio creati solo per truffare. Altre chiedono “aggiorna i tuoi dati SPID per continuare a usare i servizi”. Tutte hanno lo stesso obiettivo: rubare identità e documenti per aprire conti, chiedere finanziamenti o attivare servizi a vostro nome.

La variante più insidiosa arriva con l’OTP, un codice vero. Arriva perché qualcuno sta provando ad accedere al vostro account con le credenziali che avete già inserito nel sito falso. Subito dopo squilla il telefono: “Buongiorno, assistenza SPID. Ci legga il codice così blocchiamo l’accesso sospetto.” È la frase che fa crollare tutto. Un OTP letto al telefono non blocca niente, autorizza. È come aprire la porta convinti di tenerla chiusa.

La Polizia Postale l’ha detto chiaramente. Lo SPID non manda SMS di allarme, non manda link da cliccare, non chiede verifiche immediate, non avvisa di accessi sospetti. Qualunque messaggio che usa la parola “SPID” va trattato come falso. Non ci sono eccezioni. Nessuna.

La regola da seguire è semplice. Se arriva un SMS che parla di SPID, non toccatelo. Aprite l’app ufficiale del vostro provider e controllate da lì. Se arriva un OTP che non avete richiesto, ignoratelo. E soprattutto non leggetelo mai a nessuno al telefono. Nemmeno se la chiamata sembra credibile, nemmeno se il tono è quello giusto. La verità è che oggi la trappola non è nella tecnologia, è nella fiducia. I truffatori lo sanno e costruiscono messaggi che colpiscono la nostra fretta, il nostro automatismo, il nostro “lo apro un attimo e poi vedo”. Ma con l’identità digitale non si apre un attimo, non si clicca, non si risponde. Si controlla solo dentro l’app ufficiale. Sempre.

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144 – Stiamo regalando la creatività alle macchine?

Stiamo regalando la creatività alle macchine?

Negli Stati Uniti, nel 2025, sempre più voci avvertono che l’intelligenza artificiale non sta solo cambiando il lavoro: lo sta cancellando. Adesso vi dico cosa dicono alcune persone. E mi piacerebbe sapere invece cosa ne pensate voi. E se mi seguite fino alla fine vi dico invece cosa ne penso io.

Edward Saatchi, CEO di Fable, la società sostenuta da Amazon che si definisce la “Netflix dell’AI”, ha detto apertamente che questa tecnologia rappresenta “la fine della creatività umana”. E non lo considera un problema. Sam Altman, capo di OpenAI, ha aggiunto che molti dei lavori che l’intelligenza artificiale eliminerà non erano nemmeno “lavori veri”. Molti esperti qui negli Stati Uniti sostengono che questa tecnologia sia stata progettata, esplicitamente o implicitamente, per togliere agli esseri umani non solo il lavoro, ma anche la creatività e la capacità di creare. Altri esperti, sempre qui negli Stati Uniti, sostengono invece che sia il prezzo inevitabile del progresso, e che ogni rivoluzione tecnologica abbia portato con sé nuove forme di creatività, solo più digitali, più veloci, più automatizzate. Sta tutto lì. È un progetto costruito per toglierci il fare, il creare, il pensare.

Da quando il punto di forza diventa: “questa cosa scriverà i tuoi temi al liceo, dipingerà al posto tuo, leggerà le mappe per te e ti pulirà persino il sedere”? Che senso ha vivere così? La scintilla creativa negli esseri umani è una delle cose più preziose che abbiamo. Non è una provocazione. È la realtà.

Perché se smettiamo di fare fatica, smettiamo anche di imparare. E se deleghiamo ogni atto creativo a una macchina, stiamo cancellando il valore stesso dell’esperienza umana: l’imperfezione, il fallimento, la sorpresa.
Qui negli Stati Uniti alcune università stanno reagendo. Alla University of California, Irvine si insegna agli studenti a usare l’intelligenza artificiale per ampliare il pensiero creativo, non per sostituirlo. Non per fare di più, ma per capire meglio chi siamo. È un modo per difendere la curiosità, l’errore, l’imprevisto.

E io cosa ne penso?

Penso che va benissimo usare l’intelligenza artificiale come strumento, non come stampella. Coltivare la fatica, la lentezza, la pratica. Perché la creatività non è produzione, è identità. Tuttavia, è anche vero che l’AI è ormai uno strumento indispensabile. Se ragioniamo come un regista di un film, possiamo capire il futuro dei lavori intellettuali, dei colletti bianchi: avere a disposizione grandi team a costi bassissimi, perché quei team sono creati dall’intelligenza artificiale.

Ma ciò che non è sostituibile è la capacità di guidare, di dare la direzione, di scegliere. Sono le soft skills, le competenze relazionali, la visione. Quelle non le avrà mai nessuna macchina. E sono, ancora una volta, solo umane.

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143 – Il crimine sta usando l’AI in un modo incredibile!

Il crimine sta usando l’intelligenza artificiale in un modo incredibile!

Il punto non è solo che l’IA scrive testi o crea immagini. Il punto è che il crimine la sta già usando nel mondo fisico: macchine che si muovono da sole, senza persone, senza errori umani. E c’è un passaggio di questa storia che nessuno sta spiegando davvero. Lo metto subito qui, perché è il centro di tutto: se il mezzo è autonomo non c’è nessuno da arrestare, nessuno da interrogare, nessuno che tradisce. È un vettore muto. Questo cambia tutto.

Per anni i cartelli hanno sempre dovuto affidarsi agli esseri umani: piloti, autisti, corrieri. Persone che potevano essere fermate, sbagliare, farsi prendere dal panico, parlare. Le indagini delle forze dell’ordine si basavano proprio su questo. Il punto debole era l’uomo. Oggi quel punto debole è stato eliminato.

I cartelli stanno approfittando dell’intelligenza artificiale per togliere gli esseri umani dal trasporto. Stanno usando sistemi fisici autonomi: sottomarini artigianali che navigano da soli, imbarcazioni senza equipaggio che attraversano l’oceano, droni a lunga distanza che non richiedono un operatore, veicoli terrestri modificati per muoversi senza conducente. Tutti guidati da IA che calcola rotte, evita radar, cambia percorso quando serve e non lascia tracce personali.

La US Coast Guard ha intercettato scafi senza equipaggio che avanzavano per migliaia di chilometri guidati da algoritmi. Nessun telefono, nessun documento, nessuna identità. Solo hardware che completa una missione in autonomia. La Border Patrol in Arizona ha osservato droni di grandi dimensioni coprire lunghi tragitti senza un singolo segnale riconducibile a un pilota. Le traiettorie erano state pianificate da software installati all’estero. Nessun contatto umano, nessuna impronta da seguire.

La polizia del Texas ha fermato un veicolo commerciale autonomo carico di fentanyl. Nessun conducente, nessun dispositivo, nessun documento. Il mezzo era programmato per ripartire se rilevava movimenti. Una macchina che compie una missione e basta.

Da qui negli Stati Uniti la pressione politica e militare ha accelerato tutto e ha spinto i cartelli verso ancora più automazione. Meno rischio per le persone, più uso di mezzi autonomi. Le autorità spiegano che il contrasto del futuro dipenderà da IA di rilevamento, sistemi anti drone e tracciamento continuo, perché non si fermano più persone ma dispositivi. È questo il punto: l’IA permette al crimine di muoversi nel mondo reale senza lasciare un volto, una voce o un errore. E il lavoro dei prossimi anni sarà spezzare questa infrastruttura prima che diventi permanente.

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141 – Attenti ai browser AI: possono fare danni al posto nostro

Attenti ai browser AI: possono fare danni al posto nostro

Sta arrivando una nuova generazione di browser. Funzionano con intelligenza artificiale e possono cliccare, compilare, comprare senza chiederci il permesso. Non avete idea di che danni possono fare. Seguitemi fino alla fine, perché possono sbagliare al posto vostro e non vi avvisano.

Basta una frase scritta dentro una pagina web e il browser AI la interpreta come un comando. Non come un testo, non come informazione, ma come istruzione da eseguire. Per esempio con Comet, qui negli Stati Uniti, è successo che un sito gli ha dato un ordine nascosto nel testo e lui l’ha eseguito. Ha navigato, cliccato, fatto azioni, comprando cose senza che l’utente sapesse nulla.

È questo il punto: l’AI non sa distinguere cosa viene da noi e cosa arriva dal sito e in generale rischia di fare danni decidendo al posto nostro, cliccando al posto nostro. Hanno creato strumenti che agiscono al posto nostro, ma non capiscono da che parte stanno. E quando un sistema obbedisce a chiunque, non è più sotto controllo.

Prima di usare un browser AI rifletteteci bene. Non a caso questa serie si chiama Decisioni Artificiali, perché stiamo delegando le nostre scelte a sistemi automatici che decidono per noi e quando sbagliano rischiano di farci del male.

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140 – L’effetto Dunning-Kruger potenziato dall’intelligenza artificiale

L’effetto Dunning-Kruger potenziato dall’intelligenza artificiale

Chi è meno bravo in qualcosa tende a sopravvalutarsi, mentre chi è competente spesso si sottovaluta. Seguitemi fino alla fine, perché oggi vediamo come l’intelligenza artificiale sta peggiorando tutto questo.

Si chiama effetto Dunning-Kruger: chi ha poche competenze non se ne accorge e crede di essere migliore di quanto sia. Una ricerca pubblicata su Computers in Human Behavior, intitolata “AI Makes You Smarter But None the Wiser”, ha scoperto un nuovo paradosso. Gli scienziati dell’Aalto University hanno chiesto a 500 persone di risolvere 20 problemi logici del test di legge, metà da sole e metà con ChatGPT. Chi ha usato l’IA ha ottenuto risultati migliori, ma ha sovrastimato di molto le proprie capacità. E i più esperti di IA sono stati i più convinti di aver fatto bene.

Il professore Robin Welsch spiega: “Più conosci l’IA, più sei sicuro dei tuoi risultati, anche quando sbagli.” In sostanza, l’IA ti aiuta a risolvere i problemi, ma ti illude di essere tu a farlo. La maggior parte dei partecipanti si è limitata a una sola domanda a ChatGPT, senza controllare le risposte: è il fenomeno del “cognitive offloading”, cioè delegare del tutto il pensiero alla macchina.

Questo studio si aggiunge a molti altri che mostrano come l’IA indebolisca il pensiero critico e aumenti la fiducia ingiustificata. Alcuni psichiatri parlano perfino di “psicosi da IA”, casi di persone che perdono il contatto con la realtà dopo un uso ossessivo dei chatbot. Il motivo è la “sycophancy”, l’adulazione automatica delle IA: ti danno sempre ragione, ti fanno sentire brillante e alimentano l’ego.

L’IA sta democratizzando l’effetto Dunning-Kruger: ora basta usare un chatbot per sentirsi esperti. Ma se ci fa più sicuri e meno consapevoli, il problema non è la macchina, è come la usiamo. Perché delegare il pensiero significa smettere di pensare davvero.

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139 – Vibe coding, quando l’AI produce app o siti come castelli di carta

Vibe coding, quando l’AI produce app o siti come castelli di carta

All’inizio era marmellata. Poi sembrava funzionare. Scrivevi due righe, e ti costruiva un castello di carta. Poi, di colpo, di nuovo marmellata. Con gli agenti multipli, le versioni raffinate dei modelli, sembrava tutto risolto. Anche i progetti complessi partivano. Finché non usciva la prima nuova versione dell’LLM… e tutto tornava a essere inutilizzabile.

Internet si sta riempiendo di applicazioni e siti che sembrano funzionare. Fino a quando non li tocchi. Basta un cambio di versione, un comando imprevisto, una sequenza non prevista, e tutto si rompe. È come costruire su sabbia: l’AI genera codice che regge solo finché nessuno lo mette davvero alla prova. Appena lo porti nel mondo reale, in produzione, con utenti veri, magari con tanti utenti veri, collassa. Perché dietro non c’è architettura, non c’è logica robusta, solo apparente intelligenza.

È successo qualcosa di preciso: chiunque avesse un’idea poteva, in pochi giorni, trasformarla in un’app o in un sito “che sembrava funzionare”. Una droga per il mercato. Alcuni esperti vedevano subito i limiti. Altri, semplicemente programmatori alle prime armi, restavano incantati: davanti a loro qualcosa che fino al giorno prima era impossibile, ora sembrava prendere vita. Apparentemente.

Ora anche Chamath Palihapitiya e Andrej Karpathy, quello che ha coniato il termine “Vibe Coding”, stanno riconoscendo i limiti.

La domanda è semplice: è un fallimento della tecnologia o delle nostre aspettative? Ci siamo davvero illusi che bastasse “spruzzare una pozione magica” per ottenere software pronto per la produzione?

Tuttavia, il Vibe Coding resta uno strumento. E, come ogni strumento, dipende da come lo usi. Se fai fare tutto a lui, se non sai cosa succede dietro, se non sai programmare né come sono fatte le architetture, ne uscirà un disastro. Se invece sai programmare, conosci la logica e usi il Vibe Coding come acceleratore, allora puoi solidificare parte di quei castelli di carta che l’AI ti ha costruito.

Il Vibe Coding non è né buono né cattivo. È un mezzo. Conta solo quanto lo conosci, quanto lo domini, quanto lo testi davvero. Questo video serve proprio a mostrarvelo per quello che è: non un incantesimo, ma una modalità instabile che possiamo imparare a capire.

Non a caso questa serie si chiama Decisioni Artificiali. Perché alla fine, chi decide cosa costruire, dobbiamo essere ancora noi.

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138 – C’è chi si innamora dell’AI. E chi impazzisce

C’è chi si innamora dell’AI. E chi impazzisce. Nasce la prima clinica per la psicosi da intelligenza artificiale

Nascono i primi gruppi di supporto online. Ma non per chi ha problemi con l’alcol, il gioco o l’ansia. È per chi è stato colpito dall’intelligenza artificiale. O meglio, da un delirio psicotico innescato dall’AI.

Sempre più persone sviluppano disturbi mentali dopo aver passato troppo tempo con chatbot e assistenti virtuali. Alcuni sono convinti di avere una relazione romantica con l’AI, altri credono che le macchine leggano la loro mente o che siano già diventati cyborg. Il fenomeno si chiama psicosi indotta dall’AI e ha già portato alla nascita di un gruppo di supporto fondato da Ryan Sultan, psichiatra della Columbia University, dopo aver seguito giovani pazienti che hanno perso il contatto con la realtà parlando per ore con sistemi conversazionali.

Sultan ha raccolto più di una dozzina di casi clinici e avverte che sono solo i primi. Le AI non sono progettate per gestire disturbi psicologici, anzi spesso li amplificano, perché non contraddicono, non mettono limiti, non interrompono. Alimentano le ossessioni.

Il problema non è la tecnologia, è l’uso che ne facciamo. Se l’AI diventa un surrogato emotivo, un sostituto delle relazioni umane, una voce che ci dà ragione, allora può diventare pericolosa. E nessuno sta intervenendo: nessuna linea guida, nessuna supervisione, nessun freno.

Intanto le persone si affidano all’AI per cercare conforto, la trattano come confidente, amante, terapeuta, senza sapere cosa stanno facendo davvero al proprio equilibrio mentale. Chi perde il controllo spesso non lo dice, per paura o vergogna.

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137 – Se non facciamo questa cosa, ci ruberanno WhatsApp

Se non facciamo questa cosa, ci ruberanno WhatsApp.

Una volta dentro scriveranno a tutti i nostri amici fingendo di essere noi: “Mi mandi quel codice che ti ho girato per sbaglio?”. Da lì parte la truffa. Seguitemi fino alla fine, perché in due minuti vi spiego come evitarla.

Succede così: qualcuno prova ad accedere al tuo WhatsApp su un altro telefono. L’app invia un codice di verifica a 6 cifre al tuo numero. Poi ti scrivono fingendo di essere un amico o un conoscente e ti chiedono proprio quel codice. Tu lo mandi pensando che non ci sia nulla di male e in quel momento perdi l’account. WhatsApp crede che il nuovo telefono sia tuo, ti disconnette e loro entrano al posto tuo.

Da lì inizia il vero problema. Scrivono ai tuoi contatti con la tua foto e il tuo nome, chiedono soldi, inviano link truffa, fanno credere di essere te. Ogni persona che risponde rischia di cadere nella stessa trappola. È un effetto domino che si diffonde in poche ore.

Per evitarlo basta attivare una funzione che quasi nessuno conosce: la verifica in due passaggi. È un PIN a 6 cifre scelto da te, richiesto ogni volta che il tuo numero viene registrato su un nuovo telefono. Anche se un truffatore ottiene il codice di verifica, senza quel PIN non potrà entrare.

Nel video vi spiego come attivarla. Ci vogliono meno di due minuti.

Ogni settimana la Polizia Postale riceve centinaia di denunce per furti di account WhatsApp, e quasi tutti sarebbero evitabili con questa semplice funzione.

Non aspettare che ti arrivi quel messaggio: “Mi mandi il codice che ti ho inviato per sbaglio?”. Attiva ora la verifica in due passaggi. Due minuti per farlo, mesi di problemi evitati.

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136 – Se l’AI ci toglie il lavoro, chi comprerà i suoi prodotti?

Se l’AI ci toglie il lavoro, chi comprerà i suoi prodotti?

Non avete idea di quanto questa domanda sia seria. Restate fino alla fine, perché qui non si parla di fantascienza: si parla del nostro futuro economico.

Se milioni di persone restano senza lavoro, chi compra quello che l’AI produrrà? Le macchine non fanno la spesa, non prenotano voli, non pagano bollette. Un’economia senza stipendi non funziona e si blocca. Qui negli Stati Uniti il Fondo Monetario dice che il 60% dei lavori è esposto all’AI: metà dei casi migliorano la produttività, l’altra metà sostituisce persone. Se il valore creato resta nelle mani di pochi, la ricchezza cresce solo in alto. E quando la ricchezza non circola, l’intero sistema si ferma.

La soluzione non è fermare l’AI, ma riscrivere il patto sociale: stipendi che crescono con la produttività, formazione continua, redditi di transizione e tassazione sull’automazione per finanziare la domanda interna. Non è teoria. A Stockton, in California, dove hanno dato un reddito mensile garantito, la gente non ha smesso di lavorare: ha lavorato di più e meglio. Quando metti soldi reali nelle mani delle persone, l’economia si muove.

L’AI può creare un mondo più ricco, ma solo se i profitti tornano alle persone. Se non lo facciamo, costruiremo un’economia perfetta ma vuota. La tecnologia non compra nulla. Siamo noi a farlo.

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135 – L’intelligenza artificiale si sta mangiando Internet

L’intelligenza artificiale si sta mangiando Internet (e non è una bolla)

State pronti. Perché quello che sta succedendo adesso non è una bolla. È un cambio di specie. E restate fino alla fine, perché vi spiego perché stavolta Internet, come lo conosciamo, sta per finire davvero.

L’intelligenza artificiale non si sta diffondendo: sta divorando tutto. Settore dopo settore, sta risucchiando la rete dentro sé stessa. Ha iniziato con la ricerca. Google, per vent’anni, è stata la porta d’ingresso a Internet, ma ora la gente non cerca più: chiede. Non scrive più “miglior computer portatile”, ma “quale portatile mi consigli per lavorare in viaggio?”. E la risposta non arriva più da un link, arriva da un’intelligenza artificiale.

Così Google ha dovuto diventare essa stessa un’intelligenza artificiale, altrimenti era già finita. Oggi, quando cerchiamo qualcosa, non stiamo più navigando: stiamo già parlando con una macchina che decide cosa mostrarci. E ora l’AI si sta preparando a mangiare anche l’e-commerce. Qui negli Stati Uniti Walmart ha appena annunciato una partnership con OpenAI. Significa che tra poco potremo comprare qualsiasi cosa direttamente dentro ChatGPT. Si chiama “Instant Checkout”: scrivi “regalo per mio padre” e puoi acquistare subito, senza uscire dalla chat.

Non è solo un esperimento, è l’inizio della nuova Internet. Perché se l’intelligenza artificiale impara a fare anche customer care, come lo ha fatto Amazon, allora può prendersi tutto. La forza di Amazon non è mai stata nei pacchi, ma nella fiducia: customer satisfaction. Ti rimborsano subito, ti rispondono sempre, ti fanno sentire al centro. E se l’AI riesce a replicare quella sensazione di cura anche finta, allora il ciclo è chiuso: ricerca, acquisto e assistenza, tutto dentro un’unica conversazione.

A quel punto Internet cambia natura. Non sarà più un luogo dove noi cerchiamo, sarà un ambiente dove parliamo con un’intelligenza che sceglie per noi. Un unico filtro tra noi e il mondo. La porta d’accesso alla rete diventa una sola. E a gestirla, poche aziende. OpenAI è avanti, ma Amazon e Google la seguono da vicino. Tutti vogliono diventare l’interfaccia del mondo digitale.

Non è una bolla, è una sostituzione. L’AI non aggiunge: cancella e rimpiazza. E se oggi ci sembra comodo chiedere “mi consigli un prodotto?”, domani ci accorgeremo che abbiamo smesso di scegliere. Quindi sì, preparatevi. Perché l’AI non sta arrivando: sta già riscrivendo Internet, e questa volta non ci sarà un “dopo”.

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135 – La lampadina che dura da 120 anni

La lampadina che dura da 120 anni e il grande inganno dell’obsolescenza programmata

A Livermore, in California, una lampadina è accesa dal 1901. Si chiama Centennial Light e brilla da oltre 120 anni nella caserma dei Vigili del Fuoco n.6. È diventata un simbolo globale contro l’obsolescenza programmata: quella strategia industriale che progetta oggetti destinati a rompersi presto per obbligare i consumatori a ricomprare.

La sua durata non è un caso: fu costruita con un filamento di carbonio, in un’epoca in cui la priorità era la resistenza, non il profitto. Negli anni ’20, invece, i grandi produttori formarono il cartello Phoebus per limitare artificialmente la durata delle lampadine a 1.000 ore. General Electric, Osram, Philips: tutti d’accordo per vendere di più, non per durare di più.

Oggi molti dispositivi seguono la stessa logica. Smartphone, stampanti, elettrodomestici si rompono presto, sono difficili da riparare o rallentano con gli aggiornamenti. L’istituto tedesco Öko-Institut ha stimato che la durata media degli elettrodomestici in Europa è calata del 30% in vent’anni.

Alcuni paesi iniziano a reagire. In Francia l’obsolescenza programmata è un reato dal 2015. Apple è stata multata per aver rallentato i vecchi iPhone. Ma il problema è globale.

Cosa possiamo fare? Chiedere trasparenza sulla durata e sui ricambi, sostenere chi progetta prodotti riparabili, difendere il diritto alla riparazione, cambiare abitudini: meno spreco, più cura.

La Centennial Light continua a brillare. Non ha bisogno di aggiornamenti, eppure resiste. È la prova che un altro modello è possibile.

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